L’ipotesi che ci possa essere una correlazione tra lo sciame sismico attualmente in corso in Emilia Romagna e le attività petrolifere svolte in zona da diversi anni ha fatto storcere il naso a più di un addetto al settore petrolifero e anche a qualche geologo. L’oggetto del contendere è se le trivellazioni in cerca di petrolio e gas, e soprattutto le iniezioni ad alta pressione di fluidi nel sottosuolo, possano causare o meno terremoti di piccola o grande intensità.

Se noi non siamo affatto in grado di rispondere a questa domanda, qualche titolo per farlo lo hanno i geologi e i ricercatori universitari. Se poi l’università è la Federico II di Napoli, all’ombra del Vesuvio, di titoli ne hanno anche di più. L’Organizzazione Lucana Ambientalista, sul proprio sito, ha pubblicato una sintesi di uno studio del gruppo di lavoro coordinato dal prof. Franco Ortolani, Ordinario di Geologia dell’Università di Napoli Federico II e direttore del Dipartimento di Scienza del Territorio della stessa università, incentrato proprio sul possibile rapporto tra trivellazioni e terremoti. Uno studio che prende in considerazione anche il sisma emiliano.

Secondo Ortolani e i suoi collaboratori è abbastanza chiaro, ormai, che ci sia una frequente correlazione tra attività petrolifere (in particolare l’iniezione di fluidi ad alta pressione) e terremoti di bassa magnitudo. Non è ancora chiara, invece, l’eventuale correlazione con i sismi più forti come quello di questi giorni in Emilia Romagna:

Come si vede nella figura 5 nelle aree interessate da faglie attive nel sottosuolo esistono numerosi pozzi profondi finora eseguiti per ricerca di idrocarburi. Come è noto sono in corso alcuni interventi di riimmissione di metano nelle rocce serbatoio di giacimenti ormai esauriti. Tali interventi sono attuati in varie parti del mondo; talvolta sono vietati in quanto l’iniezione di fluidi in pressione nel sottosuolo, come testimonia una ricca bibliografia scientifica internazionale, a luoghi può innescare un’attività sismica di non elevata magnitudo.

Non si intende mettere in relazione le iniezioni di fluidi nel sottosuolo o comunque l’estrazione di idrocarburi con l’attività sismica di elevata magnitudo di chiara origine tettonica. Crediamo che debba essere adeguatamente approfondito l’argomento, almeno, laddove sono in corso attività estrattive e di probabile “reiniezione” di fluidi per favorire l’emungimento del petrolio, come nella Val d’Agri in Basilicata, in aree caratterizzate da faglie sismogenetiche in grado di originare eventi di elevata magnitudo come accaduto nel 1857.
terremoti petrolio emilia romagna

Detto in estrema sintesi secondo Ortolani e i suoi collaboratori è difficile che sia sufficiente trivellare il suolo per causare i terremoti. Ma è possibile che le attività di iniezione dei fluidi, fatte in territori con faglie sismiche attive, possano avere un peso nella generazione di questi eventi. Quale sia realmente questo peso, però, è una domanda alla quale ancora non è facile rispondere:

Crediamo che vadano chiariti alcuni problemi, quali ad esempio, se l’estrazione di idrocarburi e la “reiniezione” di fluidi in pressione in aree con faglie sismogenetiche capaci di scatenare eventi di elevata magnitudo con conseguenti spostamenti verticali, orizzontali e rotazione di blocchi lapidei sia da vietare oppure, come accade attualmente, da lasciare completamente libere.

Si deve inoltre fare chiarezza sull’incidenza che possono avere le “reiniezioni” di fluidi in pressione nelle rocce serbatoio ad alcuni chilometri di profondità in corrispondenza di faglie attive: equivale al ruolo che può avere una mosca che si appoggi su un edificio pericolante oppure all’impatto che può derivare da un elicottero che atterri sullo stesso edificio pericolante?

Servono, quindi, studi specifici che partano dal fatto che una correlazione tra attività petrolifere ed eventi sismici non è da escludere a priori. Studi, però, assolutamente indipendenti e credibili:

Una considerazione di notevole interesse va fatta sull’impatto degli eventi sismici sulle tubazioni per estrazione di idrocarburi in zone interessate da faglie attive e sull’impatto che può essere determinato dalla “iniezione” in pressione di fluidi all’interno delle rocce serbatoio in zone con tettonica attiva. Tali considerazioni vanno fatte con apporti scientifici indipendenti e qualificati, considerando l’importanza industriale dei giacimenti di idrocarburi e l’importanza socio-economica delle risorse naturali di importanza strategica come le acque sotterranee e superficiali nonchè la salute dei cittadini. Finora non è mai stato affrontato in maniera trasparente e credibile questo problema.

Le ultime parole di Ortolani, purtroppo, non lasciano ben sperare.

29 maggio 2012
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I vostri commenti
Atena73, mercoledì 30 maggio 2012 alle10:46 ha scritto: rispondi »

Ottimo articolo a portata a di tutti.

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