La TAV resta uno degli argomenti caldi di questi giorni. Mentre le istituzioni continuano a invocare un conflitto con i No TAV dai toni e i modi meno accesi, un nuovo tema si apre e sembra dar man forte alle posizioni contrarie alla grande opera: il rischio concreto di infiltrazioni mafiose. Fra le voci più autorevoli a riguardo, spicca l’editoriale di oggi di Roberto Saviano su Repubblica:

In questo momento ci si divide tra chi considera la TAV in Val di Susa come un balzo in avanti per l’economia, come un ponte per l’Europa, e chi invece un’aberrazione dello spreco e una violenza sulla natura. Su un punto però ci si deve trovare uniti: bisogna avere il coraggio di comprendere che l’Italia al momento non è in grado di garantire che questo cantiere non diventi la più grande miniera per le mafie. Il governo Monti deve comprendere che nascondere il problema è pericoloso. Prima dei veleni, delle polveri, della fine del turismo, della spesa esorbitante, prima di tutte le analisi che in questi giorni vengono discusse bisognerebbe porsi un problema di sicurezza del sistema economico. Che è un problema di democrazia.

La posizione dell’autore di “Gomorra” è semplice: negli ultimi trent’anni l’alta velocità sarebbe diventata un affare per tutte la mafie. Più in generale, l’apertura dei cantieri di grandi opere segna normalmente l’arrivo e il radicamento in nuovi territori dei tentacoli mafiosi. Da Cosa Nostra alla Camorra, passando soprattutto per le ‘Ndrine calabresi, gli appalti pompano miliardi di euro nelle casse della malavita organizzata.

Ma com’è possibile che gli appalti vengano vinti con questa facilità da aziende legate a organizzazioni mafiose? Saviano ha le idee chiare anche in questo senso:

Non vincono puntando il fucile. Vincono perché grazie ai soldi illeciti il loro agire lecito è più economico, migliore e veloce. Lo schema finanziario utilizzato sino a ora negli appalti Tav è il meccanismo noto per la ricostruzione post-terremoto del 1980: il meccanismo della concessione, che sostituisce la normale gara d’appalto in virtù della presunta urgenza dell’opera, e fa sì che la spesa finale sia determinata sulla base della fatturazione complessiva prodotta in corso d’opera, permettendo di fatto di gonfiare i costi e creare fondi neri per migliaia di miliardi. La storia dell’alta velocità in Italia è storia di accumulazione di capitali da parte dei cartelli mafiosi dell’edilizia e del cemento. Il tracciato della Lione-Torino si può sovrapporre alla mappa delle famiglie mafiose e dei loro affari nel ciclo del cemento. Sono tutte pronte e già si sono organizzate in questi anni.

Insomma, l’Italia non avrebbe ancora gli anticorpi necessari contro le infiltrazioni mafiose per solo pensare di dar vita a cantieri di queste dimensioni. Più diretti dello stesso Saviano sono i ragazzi dei collettivi dell’Università di Reggio Calabria che, in una lettera aperta a Eugenio Scalfari sulla loro adesione alle lotte No TAV, spiegano:

In odore di legami poco legali sembrano alcune delle ditte valsusine implicate oggi nei (non) cantieri di Chiomonte (Italcoge e Martina).

Il connubio politica-mafia si è sempre basato in primis sulla gestione degli appalti ed è un dato di fatto che moltissime aziende vincitrice di appalti siano o piuttosto “chiacchierate”; talvolta anche per motivi diversi, magari, dall’infiltrazione mafiosa come la Impregilo o la CMC di Ravenna. Per un resoconto davvero dettagliato della penetrazione della ‘Ndrangheta all’interno dei cantieri TAV, vi suggeriamo poi la lettura di un vecchio articolo di Roberto Galullo per uno dei blog del Sole 24 Ore. In esso, tra le altre cose, leggiamo:

Leggere il tracciato della Lione-Torino equivale, sinistramente, a sovrapporre il percorso alla mappa dei boss, delle famiglie mafiose e dei loro traffici criminali che, guarda caso, ruotano quasi tutti nel ciclo del cemento. Prima di analizzare, bisogna premettere che la sentenza n.362 del 2009 della Corte di Cassazione ha già riconosciuto definitivamente “un’emanazione della ‘ndrangheta nel territorio della Val di Susa e del Comune di Bardonecchia”.

Per certi versi, dunque, l’evocazione Peppino Impastato all’interno del contesto No TAV non appare del tutto infondata, come molti giornali stanno cercando di far passare. Al contrario, possiamo notare un certo parallelismo con la sua lotta contro la costruzione dell’aeroporto di Punta Raisi, da lui considerato un sorta di regalo alla mafia locale.

Il sistema degli appalti, oltre ad aver pompato nelle casse della malavita miliardi e miliardi di euro, aver permesso un certo livello di riciclaggio e aver aiutato il radicamento delle stesse organizzazioni, è sicuramente responsabile di centinaia di devastazioni ambientali nel meridione. Da un po’ di tempo questo giro sembra essersi allargato al Nord e, se prendiamo per vere le riflessioni di Saviano, la stessa Torino-Lione potrebbe essere l’ennesimo esempio in tal senso: un esempio faraonico di eco-mostro.

6 marzo 2012
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I vostri commenti
Sergio, mercoledì 7 marzo 2012 alle9:09 ha scritto: rispondi »

Di quale Mafia si parla ?  Ero in Sicilia con un mio amico e dissi: Quando vi decidete a fare il ponte col continente ? Mi rispose: Dipende dalla Mafia.  Allora. dissi, voi potete decidere. Mi rispose: No, quì si tratta della Mafia di Roma !  Sergio

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