Tartufo bianco d’Alba: i suoi segreti svelati dall’esame del DNA

Il tartufo bianco d’Alba non ha più segreti. Questo è quanto affermato dai ricercatori dell’INRA (Istituto Nazionale per la Ricerca Agronomica francese), che ne hanno mappato il genoma insieme a quello di altre quattro varietà. Oltre al Tuber Magnatum o tartufo bianco sono stati tracciati i profili genetici anche dei seguenti prodotti: Tartufo nero (Tuber melanosporum); Tartufo nero estivo (Tuber aestivum); Tartufo del deserto (Terfezia boudieri, specie che proviene dal Nord Africa); Choiromyces venosus, varietà non commestibile.

Lo studio sul tartufo bianco e sulle altre varietà esaminate è stato pubblicato dai ricercatori francesi sulla rivista Nature Ecology & Evolution e rientra nella più generale iniziativa quinquennale, promossa dal Joint Genome Institute del Dipartimento dell’Energia USA, denominata “Progetto mille genomi dei funghi”.

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Si è così scoperto che sono diversi e molto variabili i geni che contribuiscono a fornire a ciascun tartufo il profumo e il sapore che lo caratterizza. Aromi che hanno come funzione primaria quella di attrarre maiali e cani per massimizzare la diffusione delle spore.

Caratteristica comune alle varie specie, incluso il tartufo bianco d’Alba, quella di rappresentare una vera e propria “sentinella” in relazione alla sostenibilità ambientale del territorio. Secondo gli esperti ogni fungo analizzato non soltanto stabilisce uno specifico legame con l’albero presso cui nasce, contribuendo l’uno al sostentamento dell’altro, ma essendo un esemplare piuttosto delicato la sua presenza è un indicatore di assenza di inquinamento e altri elementi nocivi per la natura.

13 novembre 2018
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