Lo stress spinge alla cattiva alimentazione, soprattutto ai cibi ricchi di zuccheri. Non si tratterà forse della scoperta del secolo per chi non può far a meno di ingurgitare dolci di ogni sorta quando sotto pressione, ma una ricerca pubblicata su Neuroscience Letters dimostra come la colpa sia tutta degli ormoni. A quanto pare, gli sbalzi delle concentrazioni nel sangue di alcuni ormoni legati allo stress modificherebbero i sapori percepiti, tanto da rendere zuccheri e affini davvero irrinunciabili.

Lo studio, condotto dal ricercatore Rockwell Parker presso lo statunitense Monell Chemical Senses Centre, ha rivelato un accumulo di ormoni correlati all’ansia e alla preoccupazioni nelle cellule deputate al riconoscimento dei gusti dolce, piccante e amaro. In particolare, i glucocorticoidi prodotti dalle ghiandole surrenali fungerebbero anche da recettori del gusto, incentivando la domanda di alimenti zuccherati. In altre parole, chi sotto stress non può fare a meno di torte, cioccolato e merendine potrebbe essere vittima non della scarsa forza di volontà bensì di una precisa reazione molecolare.

A seguito dell’analisi dei comportamenti alimentari di un gruppo di ratti sottoposti a eventi stressanti, si è notata una concentrazione più alta di recettori ormonali nelle cellule deputate al gusto rispetto a controparti dedicate ad altri scopi, tanto che la differenza sarebbe addirittura di 77 punti percentuali. Questo significa che la percezione di un cibo zuccherato può essere influenzata – per non dire effettivamente manipolata – dalla secrezione di glucorticoidi nel sangue, con la conseguente attivazione dei recettori sulla lingua.

Non è però tutto, perché il processo poc’anzi illustrato avrebbe effetti diretti sul cervello, con una modifica opportuna del metabolismo e l’induzione di un senso di fame falsato. L’attivazione dei recettori, infatti, può spingere un paziente stressato a provare appetito più frequentemente e a orientarsi sui cibi dolci, anziché altre pietanze, proprio per soddisfare le richieste dell’organismo. Allo stesso modo, perciò, è al vaglio la possibilità che la medesima reazione possa influire sugli altri sapori – il salato, l’amaro – rendendoli meno gustosi e soddisfacenti. Sebbene la scoperta sia solo nelle sue fasi preliminari, una simile novità potrà essere d’aiuto in futuro all’elaborazione di programmi più efficaci per la contenzione di sovrappeso e obesità, molto spesso incentivati proprio da periodi di vita particolarmente stressanti o traumatici.

5 giugno 2014
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