Vivere in perenne condizione di stress si sa, fa male. È anche vero che ciascuno reagisce allo stress in maniera diversa e ora un nuovo studio sembra dimostrare come chi viene sopraffatto da una situazione di sovraffaticamento e di ansia sia più esposto a patologie come il diabete di tipo 2.

Un gruppo di ricercatori della Rice University di Houston, Texas, ha condotto uno studio i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista di settore Psychoneuroendocrinology. Sono stati analizzati 1.255 adulti di mezza età, che erano stati coinvolti nel “Midlife Development in the United States“. Sono state valutate le capacità cognitive dei soggetti scelti a distanza di due anni. A più di 800 persone sono stati poi misurati anche i livelli di glucosio e interleuchina-6 (IL-6) nel sangue.

IL-6 è una proteina che viene rilasciata dall’organismo per stimolare una risposta immunitaria, ad esempio durante un’infezione o in seguito ad un trauma. Si tratta anche di un indice di stress acuto che il mondo della scienza ha associato ad un maggior rischio di avere tendenza a livelli elevati di zuccheri nel sangue o addirittura di sviluppare il diabete.

I ricercatori hanno visto che laddove si manifestavano bassi livelli di inibizione (fenomeno inconscio che ostacola l’esplicazione delle normali funzioni psichiche) c’era anche un maggior rischio di sviluppare il diabete. Il soggetto era reso più vulnerabile dalla bassa inibizione e manifestava un basso controllo dell’attenzione. Con un meccanismo a catena dall’inibizione si arriverebbe ad uno stato d’ansia che comporterebbe un certo livello di infiammazione. Questa infiammazione predisporrebbe ad un maggior rischio di ammalarsi di diabete.

Con queste conclusioni sarebbero in tal modo stati confermati precedenti studi che svelavano come stati di stress particolarmente importanti sarebbero determinanti nell’aggravare situazioni infiammatorie già esistenti.

Ai fattori diretti si aggiungono poi quelli indiretti. Kyle Murdock, un ricercatore post-dottorato in psicologia, nonché co-autore dello studio, ha spiegato come, quando si manifesta un certo stato di stress, si instaurano poi altri meccanismi che vanno a peggiorare la situazione:

Le persone che sono ansiose hanno più probabilità di evitare i trattamenti e di utilizzare strategie maladattive (come il fumo o una cattiva alimentazione) che aumentano il loro livello di glucosio nel sangue, il ché è problematico. Si tratta di un effetto a valanga: più va avanti, peggio è.

Allo stesso tempo lo stesso livello di glucosio nel sangue può influenzare le funzioni cognitive. La soluzione ideale sarebbe quindi associare una cura con i farmaci con terapie cognitivo-comportamentali in grado di aumentare i livelli di inibizione nei soggetti problematici. Secondo quanto afferma Christopher Fagundes, assistente professore di psicologia che analizza per la Rice come i fenomeni psicologici e fisiologici influenzano la salute generale nelle persone:

Sono fermamente convinto che gli approcci basati sul trattamento con la terapia della consapevolezza, siano una grande idea, per un sacco di motivi.

Ciò non significa che i farmaci che promuovono l’inibizione, come stimolanti, non debbano essere considerati, ma che una combinazione dei due potrebbe essere veramente utile.

7 giugno 2016
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