Ieri il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha tracciato quelle che sono le linee della nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN). In un’audizione alla Camera con il ministro dell’Ambiente Galletti il numero uno di Palazzo Piacentini ha affermato la volontà del Governo di accelerare i tempi dell’uscita italiana dal carbone.

=> Strategia Energetica Nazionale, leggi le dichiarazioni del ministro Calenda

L’intenzione di uscire in via anticipata dal carbone contenuta nella nuova Strategia Energetica Nazionale è stata ben accolta dal mondo ambientalista, che non ha tardato tuttavia a interrogarsi su quelle che sono state le parole del ministro Calenda:

L’uscita totale dal carbone tra il 2025-2030 è possibile, ma costerà circa 3 miliardi di euro rispetto allo scenario base e dovrà essere affrontato il tema delle tempistiche autorizzative per nuove centrali e nuove infrastrutture.

Credo sia una decisione verso cui dobbiamo andare, ma avendo ben presente i costi e il lavoro sulle autorizzazioni. Più anticipi il phase out, più devi pagare.

=> Leggi le dichiarazioni ANEV sull’importanza dell’eolico per la SEN

A margine delle dichiarazioni di Calenda è intervenuto Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace, che ha sottolineato come possa essere profonda la differenza tra un’uscita al 2025 e una al 2030:

Ovviamente c’è una notevole differenza tra chiudere l’ultima centrale a carbone nel 2025 o nel 2030. Calenda dice inoltre che uscire dal carbone costerà tre miliardi di euro. Questa stima include i risparmi che il nostro Paese avrebbe dal mancato import di carbone, i benefici sanitari, climatici ed economici che verranno dall’azzeramento delle emissioni?

L’Agenzia Europea per l’Ambiente, pochi anni fa, stimava in oltre 500 milioni l’anno gli impatti del solo impianto di Brindisi: qualcosa ci dice che all’Italia converrebbe uscire dal carbone anche dal punto di vista economico.

Il rischio secondo Greenpeace è che l’uscita anticipata dal carbone finisca con il rappresentare un’opportunità per l’ennesimo regalo alle “lobby delle fonti fossili”. In particolare, sottolinea l’associazione:

Il tema degli stranded cost da corrispondere ai proprietari delle centrali nel caso di uscita al 2025 e con impianti ancora non ammortizzati rappresenta un costo per il Paese.

La stessa Greenpeace ricorda però come il parco di produzione termoelettrica a carbone sia composto in ampia misura da impianti vecchi ormai “ampiamente ammortizzati, i cui costi di realizzazione, cioè, sono stati ripagati da anni”. Ha proseguito Boraschi:

Quando parla di ‘promozione dell’autoconsumo’ Calenda dovrebbe avere l’onestà di una premessa: ricordare cioè che a oggi in Italia ogni forma di autoconsumo e scambio peer to peer di elettricità, ovvero quanto si sta sperimentando ovunque nel mondo, è fortemente scoraggiata dalla burocrazia o impedita dalle norme. Speriamo anche su questo punto alle parole seguano i fatti.

Sul tema si è espressa anche il WWF attraverso Mariagrazia Midulla, che ha evidenziato tra l’altro i timori dell’associazione riguardanti l’orizzonte temporale del provvedimento:

Entreremo nel merito dopo aver letto il testo, ma per ora rileviamo che la SEN si limita all’orizzonte 2030, quando è necessario che ci si prefigga gli obiettivi di decarbonizzazione al 2050 per fissare con chiarezza il percorso, leggiamo molta timidezza sulle energie rinnovabili, per le quali l’obiettivo del 27% è il minimo sindacale per gli obiettivi europei, senza investimenti coraggiosi nella grossa potenzialità che ci deriva soprattutto dalla nostra esposizione solare.

Sulla mobilità, non ci sono ancora chiari segnali verso la mobilità elettrica che pure è ormai chiaramente la prospettiva in tutto il mondo: l’incapacità di scegliere oggi, insistendo ancora con la mobilità a gas per il trasporto delle persone, rischia di farci rimanere fuori dallo sviluppo industriale futuro.

11 maggio 2017
I vostri commenti
Maurizio, venerdì 12 maggio 2017 alle8:33 ha scritto: rispondi »

Sacrosanto quello che dice il WVF (Mariagrazia Midulla), specie sulla mobilità elettrica. Si potrebbe fare moltissimo, ma occorre cambiare la logica dei veicoli e delle infrastrutture per la mobilità elettrica. Fare conto su grosse autonomie che implicano lunghi tempi di carica o cariche a potenze spropositate per ridurre i tempi è semplicemente sbagliato.

Lascia un commento