È stato appena inaugurato il primo impianto di cattura e sequestro di CO2 su scala commerciale. Si tratta di Boundary Dam, una centrale a carbone situata nella provincia del Saskatchewan, in Canada, di proprietà di SaskPower, fornitore di energia elettrica a livello statale.

La centrale esiste dal 1959, ma con l’occasione di una revisione partita dopo il cinquantesimo anno di età, è stato dato il via all’installazione della tecnologia, chiamata CCS (Carbon Capture and Storage), necessaria per lo stoccaggio del carbonio. Un progetto costato 1,3 miliardi di dollari.

L’opera segna davvero una rottura con il passato, indicando da una parte che molto sta cambiando, nel tentativo di ridurre le emissioni di anidride carbonica a livello globale, anche nel mondo dell’industria, dall’altra che non si riesce proprio a rinunciare alle fonti fossili. Stando alle parole di Ian Yeates, il dirigente di SaskPower responsabile della tecnologia:

Ci sono 7.000 turbine a carbone sul pianeta in questo momento e nessuno ha intenzione di disattivarle in tempi brevi, perché la gente ha bisogno dell’energia che producono.

Ci sarà abbastanza gas per sostituire tutte quelle unità? Bruceremo combustibili fossili a livello di economia mondiale per ancora molti molti decenni, se non per un secolo o due, visto che la domanda di energia cresce…La cattura e il sequestro del carbonio avrà un grande valore proprio in relazione a questo.

Si calcola che la centrale riuscirà a tagliare le emissioni di anidride carbonica del 90% intrappolandola sottoterra prima che raggiunga l’atmosfera, riducendo l’emissione di gas serra di circa 1 milione di tonnellate all’anno, una quantità pari a quella emessa da 250.000 auto a combustibili fossili.

Questo avviene in una delle regioni del Canada maggiormente dipendenti dal carbone, e secondo molti va a “pulire” in un certo senso questa fonte così inquinante, ma ancora competitiva da un punto di vista economico, rappresentando tra l’altro l’unica soluzione per continuare ad utilizzare le fonti fossili in una situazione a rischio di stravolgimenti climatici come quella attuale.

Tant’è che la tecnica dello stoccaggio di CO2 è stata prospettata, anche nell’ultimo rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), come una delle possibili soluzioni per la riduzione delle concentrazioni di questo gas nell’atmosfera.

Gli ambientalisti però sono molto dubbiosi. Parte della CO2 catturata infatti sarà venduta ad una compagnia petrolifera locale, la Cenovus, e verrà utilizzata per l’estrazione del greggio, portando ad un ulteriore allontanamento dalle energie rinnovabili. Yeates però asserisce che un collegamento con l’industria petrolifera aiuta nella fase iniziale, perché in grado di:

Aiutare l’economia, ma penso che alla fine non sarà necessario.

Finora questo tipo di impianti non ha attirato moltissimo gli Stati Uniti, dove gli impianti a carbone devono sottostare alle nuove direttive imposte dall’Environmental Protection Agency, mentre Paesi come Cina e India hanno dimostrato notevole interesse, viste le grandi riserve di lignite a loro disposizione.

Fatto sta che al momento una tale tecnologia sembra più un compromesso per poter continuare le vie del passato, che una soluzione che dia speranza nella lotta ai cambiamenti climatici. Bisognerà vedere quale sarà il bilancio tra produzione e stoccaggio di CO2 rispetto a una sua riduzione stabile legata alla conversione a fonti pulite. Lo si vedrà tra qualche decennio, quando forse sarà troppo tardi per poter rimediare.

2 ottobre 2014
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