Un nuovo metodo di stoccaggio della CO2 più sicuro e rapido potrebbe segnare una svolta nella lotta al riscaldamento globale. La scoperta si deve ai ricercatori della University of Southampton del Regno Unito. Lo studio, pubblicato sulla rivista Science, ha esplorato le potenzialità di un innovativo sistema per l’immagazzinamento nella roccia della CO2 prodotta dalle centrali energetiche e dalla combustione delle fonti fossili.

I ricercatori hanno pompato la CO2 dissolta nell’acqua nelle rocce vulcaniche islandesi a una profondità di 400-500 metri, accelerando un processo naturale che spinge il basalto a reagire con il gas serra per formare minerali. I risultati della sperimentazione sono stati sorprendenti: il gas si è solidificato in appena 2 anni, a fronte delle centinaia di anni previste dagli scienziati.

Il progetto, ribattezzato Carbfix, ha coinvolto la centrale geotermica di Hellisheidi, in Islanda. A differenza dei metodi convenzionali per la cattura e lo stoccaggio della CO2 nel sottosuolo questa tecnica è sicura perché non comporta fuoriuscite accidentali di gas serra. Inoltre i costi e i tempi sono inferiori. La tecnologia potrebbe fare la differenza nella mitigazione dei cambiamenti climatici, eliminando dall’atmosfera grandi quantitativi di CO2 in pochi anni.

Juerg Matter, coordinatore del progetto di ricerca, ha evidenziato che la soluzione consentirebbe di stoccare in modo permanente la CO2. Matter ha criticato la mancanza di incentivi per la cattura e lo stoccaggio della CO2 e di un prezzo per le emissioni di carbonio:

La tecnologia è pronta per essere messa in commercio ma i governi non offrono abbastanza sostegno ai nuovi progetti.

Il progetto sviluppato in Islanda è già in grado di sequestrare 10 mila tonnellate di CO2 all’anno. Le rocce impiegate sono facilmente reperibili nei fondali oceani e nei suoli di tutto il mondo. In futuro la tecnologia potrebbe essere utilizzata per ridurre l’impronta delle centrali energetiche situate nelle numerose aree del mondo ricche di basalto, dagli Stati Uniti all’India. I ricercatori stanno studiando altri tipi di rocce in grado di sequestrare una quantità ancora maggiore di CO2.

Il metodo richiede 25 tonnellate di acqua per ogni tonnellata di CO2 stoccata ed è dunque indicato soprattutto nelle zone costiere, che possono contare sulla disponibilità di acqua marina. I test condotti in Islanda hanno fugato uno dei più grandi timori degli scienziati, escludendo la possibilità che i microbi sotterranei potessero generare metano dal carbonato.

10 giugno 2016
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