Uno squalo a due teste, una visione degna del peggior film horror. Eppure è successo davvero: un piccolo feto di squalo leuca con due musi è stato rinvenuto nel Golfo del Messico, per lo stupore dei ricercatori esperti di fauna marina.

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Il rinvenimento risale all’aprile dello scorso anno, ma solo oggi sale agli onori di cronaca. A fare la scoperta un pescatore che, dopo aver catturato un esemplare, si è accorto della presenza in corpo di alcuni feti deceduti. Uno di questi mostrava due teste, forse per un’errata differenziazione genetica in fase di gestazione.

L’uomo ha così consegnato l’animale ai ricercatori di Sharkdefense e dell’Università del Michigan, i quali hanno tentato di comprendere cosa fosse successo. A quanto pare, si tratterebbe di un caso di biforcazione assiale, un’errata differenziazione genetica fra due gemelli in fase embrionale. Dopo il concepimento, anziché formarsi due individui distinti si ottiene un corpo solo, con una divaricazione a livello spinale e la presenza di due teste. Gli animali così nati sarebbero inoltre cerebralmente indipendenti. In questa singolare occasione, si è scoperto come solo la coda fosse in condivisione, data la presenza di due teste, due cuori e due stomaci.

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Gli studiosi dell’Università del Michigan, per voce del ricercatore Michael Wagner, hanno però invitato il pubblico a non saltare a conclusioni affrettate. All’apparizione della notizia in Rete, infatti, sono stati in molti a indicare la tragedia della Marea Nera del Golfo del Messico come responsabile della malformazione. In realtà, si tratta di un evento possibile e non così raro in natura, che nulla avrebbe a che vedere con il recente disastro ambientale:

«Date le tempistiche intercorse tra la scoperta dello squalo e l’incidente alla Deepwater Horizon, posso comprendere come alcune persone saltino a conclusioni affrettate. Fare questo salto è tuttavia azzardato, perché non abbiamo nessuna prova che avvalli questa o qualsiasi altra motivazione.»

Negli anni, sono solo sei gli squali a due teste presenti nei registri internazionali dei biologi marini. Questo non significa che non ne esistano altri esemplari e che non ne vengano rivenuti di ulteriori in futuro.

28 marzo 2013
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