Le due fonti energetiche più discusse degli ultimi anni sono lo shale gas e il carbone. Il primo è venerato dagli americani, che hanno scoperto di poter essere energeticamente indipendenti dal Medio Oriente grazie alle riserve nazionali di gas di scisto. Il secondo ha fan in tutto il mondo perché è in assoluto il combustibile che costa di meno.

Entrambi sono odiati dagli ambientalisti. Il primo perché va estratto con complesse trivellazioni orizzontali e con il famoso fracking degli scisti, con conseguenze serie sulle falde acquifere e, forse, sulla generazione dei terremoti. Ma anche perché le fughe di gas metano derivanti dalla sua estrazione con queste tecniche fanno malissimo al clima. Il secondo perché è il combustibile più sporco, inquinante e climalterante che ci sia in giro. Anche in caso di applicazione di tecniche di frontiera (al momento solo sperimentali) come la CCS, la cattura e stoccaggio della CO2.

Fatte le dovute premesse, c’è qualcuno che si è chiesto se sia meglio puntare sullo shale gas o sul carbone in un’ottica di riduzione delle emissioni di CO2. Si tratta di L. M. Cathles, del Dipartimento di Scienze della terra e dell’atmosfera della Cornell University di Ithaca, a New York. Cathles ha pubblicato uno studio su Geochemistry Geophysics Geosystems nel quale traccia tre scenari e mette a confronto tre futuri possibili.

Il primo è il classico scenario “business-as-usual“, che prende in considerazione l’attuale mix energetico e lo proietta al 2050 prendendo questa data come il momento in cui le fonti e le tecnologie a basse emissioni di CO2 prenderanno il sopravvento sulle fossili nella generazione di energia elettrica. Il secondo è lo scenario “gas-substitution“, con lo shale gas che soppianta del tutto sia il carbone che il petrolio come fonte per la generazione elettrica fino alla stessa data del 2050. Il terzo è uno scenario “low-carbon” che prevede che le rinnovabili prendano il sopravvento sin da subito e senza aspettare il 2050.

Ovviamente il terzo scenario è quello migliore per l’ambiente e per il clima, con le emissioni di CO2 e metano in atmosfera nettamente inferiori agli altri due. Lo studio, però, si chiede se non sia conveniente anche il secondo scenario, cioè quello dell’utilizzo spinto dello shale gas. Il risultato dei calcoli effettuati da Cathles è che se di punto in bianco togliamo tutto il carbone e lo sostituiamo con lo shale gas abbiamo una riduzione delle emissioni di gas climalteranti di circa il 40%. Tutto questo anche considerando che i pozzi di gas non convenzionale naturalmente perdono metano, che è un gas con un impatto sul clima enormemente superiore alla CO2.

Le conclusioni di questo studio, però, non sono scientifiche ma economiche e industriali. La grande industria del gas, infatti, ha apertamente dichiarato guerra a quella del carbone (shale gas ecarbone, infatti, sono alternativi) visto che non può dichiararla all’industria delle energie rinnovabili.

, G3

18 luglio 2012
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