La società Flumini Mannu Limited sta incontrando una forte opposizione alla realizzazione di un parco solare termodinamico a concentrazione in Sardegna. A ostacolare il progetto sono la Regione Sardegna, il Ministero dei Beni Culturali, Legambiente, i comitati civici e gli enti locali sardi.

Le ragioni del no vanno ricercate nell’alto impatto ambientale attribuito alla centrale solare termodinamica. Il consumo di suolo è ritenuto eccessivo dagli oppositori che lamentano anche la natura speculativa del progetto.

L’impianto da 55 MWe dovrebbe essere costruito nel territorio dei Comuni di Villasor e Decimoputzu. Il progetto prevede l’installazione di collettori parabolici lineari affiancati da un impianto di desalinizzazione e da una linea ad alta tensione da 150 kV realizzata tra il parco solare e la cabina primaria Villasor 2.

Il progetto il 18 agosto scorso è stato approvato dalla commissione tecnica VIA. Ciononostante gli ambientalisti e i comitati civici si oppongono. Secondo il Gruppo d’Intervento Giuridico guidato da Stefano Deliperi l’azienda vorrebbe espropriare oltre 500 ettari di suolo agricolo e intenderebbe godere di incentivi pubblici pur non apportando alcun beneficio alle comunità locali:

Si utilizzerebbero notevoli quantitativi idrici, senza che nemmeno vi sia sostituzione di fonti energetiche tradizionali, come chiaramente detto nel Piano energetico regionale adottato.

Secondo gli oppositori la Regione essendo già ampiamente autosufficiente non necessiterebbe di altri impianti energetici. Senza contare che le aree agricole e di alto pregio paesaggistico, in base a quanto stabilito in materia dalle autorità regionali, non possono essere occupate da impianti energetici di così grandi dimensioni.

Legambiente Sardegna propone un ridimensionamento del progetto per evitare di compromettere il paesaggio rurale. Secondo gli ambientalisti l’impianto non dovrebbe superare una taglia di 20 MWe e dovrebbe essere realizzato nelle aree industriali dismesse.

L’Associazione nazionale energia solare termodinamica non ci sta e risponde alle critiche in una lettera aperta inviata ai Ministeri competenti e alla Presidenza del Consiglio. Il presidente Gianluigi Angelantoni spiega che le terre, tra l’altro ora in gran parte aride, non verranno espropriate ai proprietari, ma solo occupate per 25 anni per poi ritornare ai concedenti a prezzi competitivi.

L’associazione spiega inoltre che le infrastrutture occuperanno solo l’1,5% dei terreni concessi dalla popolazione. Il resto dell’area sarà ancora disponibile per l’agricoltura e la pastorizia, perché le pecore possono pascolare anche sotto e tra gli specchi, che saranno sollevati per 3 metri dal suolo e distanti tra loro ben 20 metri.

Angelantoni ha poi portato all’attenzione dei Ministeri il progetto agricolo previsto per l’area, che prevede di destinare alla coltivazione del foraggio ad alta resa con subirrigazione 200 ettari e altri 50 ettari all’erba naturale irrigata. Il progetto è volto a certificare il pecorino romano prodotto in Sardegna con i marchi IGT e IGP.

Secondo l’associazione la tecnologia a sali fusi impiegata, a differenza dell’olio minerale, è sicura da utilizzare nei terreni agricoli. I nitrati di sodio e potassio non sono infatti infiammabili e non contaminano il suolo, tanto da essere usati comunemente anche per fertilizzare il terreno. A livello occupazionale la centrale creerà 1.500 posti di lavoro per 2-3 anni e 100 posti di lavoro stabili, attirando investimenti stranieri per 350 milioni di euro.

Il presidente dell’ANEST spiega infine che il progetto, basato su una tecnologia 100% italiana, ridurrà la dipendenza dai fossili della Sardegna. A schierarsi con l’ANEST è il presidente del Kyoto Club Francesco Ferrante, che ha accusato gli oppositori di essere favorevoli a industrie inquinanti come quelle del Sulcis e a progetti ben più invasivi come la metanizzazione della Sardegna.

14 settembre 2016
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