In ambito europeo è in corso una trasformazione delle maggiori città in smart city, centri urbani più sostenibili e vivibili nelle quali il business model scelto e utilizzato è stato vincente. L’Italia in questo contesto risulta però indietro.

Ad affermarlo è il nuovo report sulle smart city in Italia, realizzato dall’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, che sarà presentato giovedì 29 ottobre a Milano. Il rapporto contiene un’analisi delle 50 maggiori città italiane e di molte grandi città europee. Le mette a confronto evidenziando quali sono i punti deboli che fanno del nostro Paese quasi il fanalino di coda di un contesto, come quello europeo, in cui innovazione e capacità di fare “sistema” stanno dettando nuovi modelli di sviluppo.

Sono tre i parametri che vengono analizzati nello studio: “tecnologie”, “attori” e “modelli di finanziamento”. Al contrario di quello che si potrebbe pensare, più che le tempistiche di investimento e la localizzazione geografica delle città, a contare maggiormente nella determinazione della loro smartness è il business model utilizzato per gestire i progetti.

Le città italiane sono però carenti da questo punto di vista: seguono più modelli di sviluppo di tipo “additivo”, che prevedono la realizzazione di interventi a spot, che si aggiungono l’uno all’altro senza una reale progettazione, piuttosto che modelli di tipo “organico”, in cui la regia è seguita da tutti i soggetti interessati al progetto.

Da noi manca poi un modello di finanziamento PPP (partnership pubblico-privato) che permetta agli enti pubblici di attrarre e reperire risorse finanziarie non disponibili al proprio interno. In Italia questo è visto come un rischio per la costruzione di relazioni poco trasparenti e al di fuori dei limiti imposti dalla legalità.

Burocrazia e ridotte risorse da parte delle amministrazioni si aggiungono a completare il quadro: entrambi creano vincoli così forti da impedire a volte qualsiasi tipo di progettazione. Sono 16 secondo il report le città italiane (il 32% del totale del campione) che non hanno fatto nulla per avvicinarsi al concetto di città smart. Solo 7 sono quelle che vengono definite “Italian eagle cities”, le eccellenze, alle quali seguono le 13 “Italian gazelles cities”.

Se però le 50 città più popolate diventassero smart ci sarebbe un’apertura agli investimenti, che potrebbe farli arrivare a 65 miliardi di euro, 7 volte la cifra che viene investita oggi. Questo amplierebbe il mercato al 2020.

Quello che il Belpaese dovrebbe fare sarebbe puntare sulla mobilità sostenibile, sulla gestione intelligente di spazi, dell’energia, di risorse e rifiuti, trovando la propria formula per realizzare una vera e propria rivoluzione che sia in grado di riportarci al passo con il contesto europeo.

28 ottobre 2015
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