La filiera industriale dei sistemi di accumulo parla italiano e il nostro paese in questo campo se la batte alla pari con l’estero anche se si tratta di una posizione che potrebbe essere compromessa dall’inerzia dei decisori, e dalle resistenze dello scenario elettrico così come lo conosciamo oggi. Per comprendere al meglio la filiera e capire come si evolverà in relazione al mercato è necessario, prima di tutto, conoscere quali siano le componenti dei sistemi di storage elettrochimico. In primo luogo abbiamo il dispositivo di storage vero e proprio, ossia la batteria, al quale seguono: il sistema di gestione dello storage stesso; i dispositivi di elettronica di potenza e quelli elettromeccanici per la connessione.

Lo scenario competitivo nei vari settori dello storage vede l’Italia con quattro soggetti industriali attivi nel segmento batterie, su 18 complessivi dei quali sei tedeschi, mentre per quanto riguarda gli inverteristi che offrono sistemi di storage il Bel Paese ha sette soggetti su 11 ai quali bisogna aggiungere Power One che, nonostante sia di proprietà ora di Abb, ha la produzione nel nostro paese. È di parità, infine, la situazione per quanto riguarda gli attori del fotovoltaico che offrono sistemi di storage: quattro per l’Italia e altrettanti per la Germania. Da questa descrizione deriva chiaramente un’immagine di non marginalità delle aziende italiane che sono competitive sia sul fronte delle prestazioni, sia su quello dei prezzi, nonostante tutti i noti svantaggi del nostro sistema paese.

La lunga tradizione delle nostre industrie in tutti i segmenti dello storage, accumulo elettrochimico ed elettronica di potenza in primis, ma anche componentistica elettrica, senza dimenticare un aspetto spesso sottovalutato come quello dello smaltimento e del riciclo sia degli accumulatori, sia dei sistemi a fine vita, sono tutti elementi che rafforzano le imprese italiane nel settore e che se a ciò si aggiunge il fatto che molte di queste ormai possiedono un alto grado d’internazionalizzazione, si potrebbe concludere che l’Italia ha ottime carte da giocare.

Ma bisogna considerare anche gli aspetti sfavorevoli. Si tratta di aziende “leggere” in grado di spostare produzioni, e prodotti, con grande facilità, in zone dove le condizioni industriali sono più favorevoli e dove i costi sono minori, mentre sul fronte della ricerca, sempre le stesse aziende, sono in grado di attingere al patrimoni brevettuali e intellettuali a livello globale. È chiaro quindi che devono crearsi le condizioni adatte al mantenimento e allo sviluppo della filiera dello storage, in primo luogo in Italia, attraverso politiche e azioni mirate. Una moderata politica incentivante in stile tedesco è di sicuro importante, ma lo è ancora di più un adeguamento normativo teso a valorizzare il cosiddetto “zoccolo duro” del mercato interno, rappresentato, come abbiamo visto nel capitolo dedicato al mercato, dal gestore della rete e dai distributori. Successivamente andrà affrontato il discorso delle utenze partendo da quelle industriali, fino ad arrivare al prosumer, ma per fare ciò serviranno degli atti di vera politica industriale, ed energetica, senza i quali la filiera dello storage italiana difficilmente potrà rispettare gli obiettivi che emergono dalla ricerca del Politecnico di Milano, primo tra tutti quello dei possibili 20mila nuovi posti di lavoro al 2020.

21 ottobre 2013
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I vostri commenti
fabio strologo, venerdì 20 dicembre 2013 alle20:17 ha scritto: rispondi »

che dire ...sposo in pieno l'analisi. Una corruzione a livelli Africani e una ignoranza tecnologica da ante-guerra .Fabio Strologo

roberto fabbri, martedì 22 ottobre 2013 alle11:01 ha scritto: rispondi »

Lo sviluppo dei sistemi di accumolo è un programma troppo intelligente da realizzare in un paese come l'italia dove la politica è succube a suon di mazzette delle lobbi dell'energia,ergo si troveranno mille impedimenti per ostacolare il progresso energetico.Roberto Fabbri

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