Uno dei problemi correlati all’uso delle fonti rinnovabili, in particolare solare ed eolico, è la loro irregolarità. Se queste due fonti vengono associate tra loro già molti problemi possono essere risolti, ma quando mancano sia sole che vento è necessario ricorrere a sistemi di accumulo. Finora sono stati utilizzati, per ovviare al problema, metodi chimici (batterie) o meccanici (ad esempio l’idroelettrico), ma se si ricorresse invece a un accumulo in termini di calore immagazzinato?

È quello che hanno studiato un gruppo di ricercatori guidato da Huaichen Zhang e Silvia V. Nedea, che lavorano presso l’Eindhoven University of Technology (Paesi Bassi). I risultati sono stati pubblicati sulla rivista ACS Journal of Physical Chemistry C.

L’idea è stata quella di utilizzare “polialcoli”, ovvero glucidi che spesso vengono prodotti come scarti delle lavorazioni dell’industria alimentare. Questi vengono mescolati con nanotubi di carbonio. Nelle diverse fasi della sperimentazione sono stati utilizzati nanotubi di diverse dimensioni e tra i vari polialcoli si è voluto esaminare il comportamento di eritritolo e xilitolo, molecole già per natura presenti in alcuni alimenti.

Siamo ancora alle prime fasi di questa ricerca, ma si è già potuto osservare (tranne in un caso) che più piccolo è il diametro dei nanotubi di carbonio e minore è la quantità di calore che viene trasferito all’interno della miscela. Migliori prestazioni si ottengono invece all’aumentare della densità del composto.

Gli esperti ribadiscono che molto si deve ancora fare per capire realmente quali sono le potenzialità di queste sostanze. I risultati fanno ben sperare per un possibile utilizzo futuro, nel settore dei sistemi di accumulo legati alle rinnovabili, di questi glucidi alcolici.

Ciò avrebbe un duplice vantaggio: darebbe maggiore costanza alla produzione di energia da rinnovabili, fonti in continua espansione in tutto il mondo, e permetterebbe di trasformare uno scarto industriale in una preziosa risorsa.

16 settembre 2016
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