A breve gli Stati Uniti potrebbero esportare gas metano estratto in patria con il fracking nel resto del mondo, Europa compresa. A sostenerlo Paolo Scaroni, amministratore delegato del gruppo ENI. Di questa possibilità abbiamo già parlato più volte, ma questa volta sembra si tratti più di una conferma che di un’ipotesi. Scaroni, infatti, cita il nuovo sottosegretario USA all’Energia:

La rivoluzione dello shale gas negli Usa ha cambiato gli scenari nel mondo del gas a livello globale. L’altro giorno parlavo con il nuovo sottosegretario Usa all’energia Moniz e ho avuto la sensazione che presto comincerà l’esportazione di gas liquido dagli USA all’Europa.

Ho fatto un giro negli Stati Uniti e ho visto tutta una serie di persone e di esperti dell’energia tra cui Moniz. Da questi incontri a 360 gradi sono tornato a casa con il convincimento che delle esportazioni di gas liquido dagli Stati Uniti avverranno.

Non saranno volumi colossali ma ci sarà un flusso di esportazioni di gas liquido dagli Usa. Gli Stati Uniti diventano produttori eccedenti i loro consumi e quel gas può approdare da noi competitivo.

Parole pronunciate l’altro ieri all’Offshore Mediterranean Conference di Ravenna, davanti al Gotha internazionale del petrolio e del gas. La questione è molto semplice: gli Stati Uniti stanno estraendo shale gas con il fracking a ritmi forsennati, con la conseguenza che il prezzo del gas sul mercato interno è letteralmente crollato. Le possibili vie da percorrere, a questo punto, sono due.

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La prima è che gli USA si dotino di abbondanti stoccaggi e tengano sul mercato interno il gas estratto blindando la loro sicurezza energetica. Sono in molti a volerlo: tra shale oil e shale gas gli Stati Uniti potrebbero emanciparsi dagli idrocarburi mediorientali con conseguenze geopolitiche enormi.

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La seconda è quella di esportare parte del gas estratto con il fracking creando qualche impianto di liquefazione del metano. In questo modo gli USA diventerebbero produttori di GNL, il gas naturale liquefatto che si può trasportare in giro per il mondo verso i rigassificatori dei Paesi consumatori.

In questo quadro si aggiunge un dettaglio non da poco: Ernest Moniz, il “ministro dell’Energia” dell’amministrazione Obama, non è solo un professore di fisica nucleare al Massachusetts Institute of Technology (MIT) ma anche, dal 2011, un collaboratore e azionista di ICF.

Cioè di una società di consulenza in campo petrolifero che lavora fianco a fianco con le aziende che fanno fracking negli USA. Dal 2011 ad oggi, Moniz avrebbe già guadagnato dal suo rapporto con ICF ben 300 mila dollari.

Moniz, è opinione comune spingerà affinché gli Stati Uniti aumentino la produzione di gas naturale saturando ulteriormente il mercato interno. Questo potrebbe dire, allo stesso tempo, accelerare i tempi della costruzione delle infrastrutture necessarie all’export dello shale gas. L’AD di ENI Scaroni, quindi, sembra quindi parlare a ragion veduta.

Fonti: Huffington Post | RigZone

22 marzo 2013
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