Nella lunga lista dei “contro” che rendono non solo il fracking, ma anche l’estrazione di idrocarburi tradizionale, pericolosa e inquinante ora si aggiungono due sostanze inquinanti che non erano mai state associate prima a queste attività: ammonio e ioduro.

Lo rileva uno studio condotto da un team di scienziati dalla Duke University (North Carolina), dal Dartmouth College (New Hampshire) e dalla Stanford University (California). La ricerca è stata pubblicata mercoledì su Environmental Science and Tecnology, rivista peer-reviewed dell’American Chemical Society. Lo studio dal titolo “Iodide, Bromide, and Ammonium in Hydraulic Fracturing and Oil and Gas Wastewaters: Environmental Implications” riporta:

L’espansione del gas di scisto non convenzionale e la fratturazione idraulica hanno aumentato il volume delle acque reflue da petrolio e gas (OGW) generate negli Stati Uniti. Qui dimostriamo che le OGW dai fluidi di reflusso da fratturazione idraulica nelle zone di Marcellus (New York) e Fayetteville (Arkansas) e le acque prodotte dall’estrazione convenzionale negli Appalachi sono caratterizzate da elevate quantità di cloruro, bromuro, ioduro (fino a 56 mg/L) e di ammonio (fino a 420 mg/L).

Non ci sono state differenze relativamente agli alogenuri e alle concentrazioni di ammonio tra le OGW derivanti dalla fratturazione idraulica e dalle operazioni di petrolio e gas convenzionali.

In particolare ammonio e ioduro non erano mai state associate a queste pratiche. Come ha rivelato Avner Vengosh, professore di geochimica alla Duke University.

Non eravamo a conoscenza della loro esistenza nei rifiuti da prodotti petroliferi e gas. Nessuno stava controllando per quei contaminanti.

L’aspetto più pericoloso della presenza di questi elementi è la possibilità di reagire con le sostanze usate per disinfettare le acque, come il cloro, a valle di questi impianti. Ammonio e ioduro potrebbero generare così dei composti molto tossici per la vita acquatica e per la salute umana, dal momento che i reflui scaricati in fiumi e torrenti arrivano alla fine nei sistemi di distribuzione dell’acqua potabile.

Le analisi sono state effettuate prelevando 44 campioni di acque reflue prodotte dai pozzi di petrolio e di gas convenzionale, a New York e in Pennsylvania, e 31 campioni di reflui da fracking di pozzi in Pennsylvania e Arkansas. Gli scienziati hanno trattato le acque di scarico che venivano direttamente riversate in torrenti, fiumi e acque superficiali in tre siti di smaltimento in Pennsylvania e hanno fatto rilievi sulle acque, in luoghi del West Virginia, in cui erano stati versati i reflui da fracking.

L’impatto sarebbe più rilevante per il fracking semplicemente perché produce una quantità maggiore di fluidi di scarto, che in parte vengono stoccati in bacini artificiali, in parte iniettati sottoterra e in parte riversati liberamente nei corsi d’acqua.

Già in settembre Vengosh aveva fatto importanti scoperte, trovando nelle acque reflue da perforazione, la presenza di alogenuri, che secondo l’Environmental Protection Agency (EPA) sono anch’esse sostanze responsabili della creazione di composti tossici come sottoprodotti della disinfezione delle acque.

Quello che viene specificato nello studio è che la presenza di questi prodotti chimici non è correlata alla pratica del fracking in sé: essi sarebbero già presenti naturalmente nel sistema geologico, ma verrebbero liberati dalle perforazioni e immessi nell’ambiente.

Ne consegue che sono essenziali prima di tutto maggiori controlli in questo settore, estesi a qualsiasi tipo di sostanza che possa essere inquinante e poi che deve essere modificata la normativa che allo stato attuale negli Stati Uniti permette di immettere nell’ambiente fluidi carichi di sostanze inquinanti.

16 gennaio 2015
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