Lo shale gas, il gas di scisto che si estrae con il fracking e sta modificando lo scenario energetico americano, potrebbe rivoluzionare anche l’industria petrolifera russa e quella cinese. Stesso discorso anche per gli altri idrocarburi non convenzionali, come l’oil shale e il coal bed methane. Ma non sarà una rivoluzione che interesserà l’Europa.

Ne è convinto Torbjorn Tornqvist, CEO della società di trading Gunvor, che ha espresso le sue opinioni sul futuro degli idrocarburi non convenzionali all’ultimo Financial Times Global Commodities Summit di Losanna, in Svizzera, che si è svolto dal 15 al 17 aprile. Tornqvist, secondo quanto riporta il quotidiano di settore RigZone, ha affermato:

L’Europa? Sappiamo tutti quali sono i problemi: problemi politici, nessuno vuole vedere le trivelle sul territorio. E i problemi e i timori sulle risorse idriche e tutto il resto, che bloccheranno l’estrazione delle risorse europee, che in ogni caso non sono molto grandi…

Secondo Tornqvist, quindi, i limiti europei allo sviluppo dello shale gas e degli altri idrocarburi non convenzionali sono di due ordini: tecnici (ci sono poche riserve) e politici (ci sono troppe opposizioni).

Molto maggiori sono le possibilità di sviluppo in Russia e Cina, come ha spiegato allo stesso summit Bob Takai, general manager del settore energia di Sumitomo Corporation:

Per quanto la questione delle riserve sia controversa, io credo che la Cina ha le più grandi riserve potenziali di shale oil e shale gas, persino più grandi di quelle degli Stati Uniti

Ma lo stesso Takai ha ammesso che ci vorrà un po’ prima che la Cina metta in produzione tutto il suo potenziale shale: manca di infrastrutture e ha scarsa disponibilità di acqua nelle zone dove si dovrebbe fare fracking. E senz’acqua non si frattura.

A Tokai ha risposto nuovamente Tornqvist, dicendo che se fosse costretto a fare una classifica tra gli Stati più vicini al boom degli idrocarburi non convenzionale metterebbe al primo posto la Russia. Almeno oggi, perché la Cina arriverà, ma più tardi.

La Russia, invece, ha tutto ciò che le serve per il boom dello shale: un sistema politico favorevole, le infrastrutture, un’industria tradizionale del petrolio e del gas, l’acqua, gli agenti chimici e una bassa densità abitativa. Che non guasta quando arrivano i terremoti post fracking.

Il fatto che la Cina debba spettare ancora qualche anno per il boom del fracking è confermato da una recente notizia: per la prima volta dal 2006 gli USA sono tornati a esportare petrolio in Cina. A gennaio, come confermano i dati della US Energy Information Administration, gli Stati Uniti hanno venduto ai cinesi novemila barili di greggio al giorno. Una quantità pari al 12,3% dell’export petrolifero americano.

Fonti: RigZone, AGI Energia

19 aprile 2013
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