In occasione del sesto anniversario dell’entrata in vigore del trattato di Kyoto abbiamo rivolto qualche domanda a Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, direttore della rivista QualEnergia e in passato Direttore generale presso il ministero dell’Ambiente dal 2000 al 2002.

Oggi è l’anniversario dell’entrata in vigore del trattato di Kyoto; sono passati 6 anni da quel fatidico 2005 ed è tempo di bilanci. Cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato, secondo lei, in quell’accordo?

L’aspetto positivo ha riguardato la definizione di politiche attive nei paesi che hanno ratificato. Per fare un esempio, l’attuale boom degli investimenti delle fonti rinnovabili nel mondo non sarebbe avvenuto senza gli accordi di Kyoto.

Certamente l’assenza degli Usa ha pesato in due sensi. Le emissioni mondiali sono aumentate più del previsto e il paese nordamericano si trova indietro nelle politiche delle energia pulite, anche se la nuova politica di Obama sta consentendo di recuperare parte del terreno perduto.

Fra i punti più criticati (e criticabili) del trattato c’è l’uso forse eccessivo di meccanismi da “libero mercato”. Fenomeni come lo scambio di “crediti di emissione” hanno minato la credibilità dell’iniziativa. Qual è la sua posizione?

L’Emisions Trading nasceva da positive esperienze americane di una ventina di anni fa che aveva consentito di ridurre le emissioni inquinanti delle industrie a costi nettamente inferiori rispetto ad obblighi rigidi alle singole imprese. In sostanza si riduce dove costa di meno ottenendo un risultato complessivo con minori esborsi finanziari.

Gli USA sono l’unico grande paese a non aver ratificato il trattato – o meglio ad aver ritirato la propria firma. Crede che la loro politica sia stata in qualche modo giustificata?

La Camera era riuscita a far passare una legge che prevedeva riduzioni delle emissioni ma il Senato ha bloccato questi sforzi. Sembra quindi altamente improbabile, visti gli attuali equilibri nel Congresso, che sul breve periodo la politica sul clima cambi.

La realtà americana, in realtà è contraddittoria in quanto a fronte della mancanza di volontà di assumere impegni vincolanti di riduzione delle emissioni, la decisione dell’attuale Amministrazione di finanziare attivamente le iniziative sulle rinnovabili e sull’efficienza energetica sta comportando la nascita di centinaia di imprese in questi settori.

Veniamo all’Italia. Qual è la sua posizione sulla politica ambientale del nostro paese dal 2005 in poi? In particolare, come vede il sostegno al nucleare e le attuali critiche alla poca “economicità” delle fonti rinnovabili? E quale sarà la sua posizione sui referendum su acqua e nucleare che ci chiameranno presto al voto?

Il nostro paese ha avuto politiche schizofreniche. Alti incentivi per le rinnovabili, troppo alti, e poca attenzione alla ricerca e alla creazione di imprese verdi (con l’eccezione virtuosa del programma Industria 2015 promosso da Bersani).

Il nucleare rappresenta un’avventura senza possibilità di successo che distoglierà attenzione, intelligenze e risorse finanziarie dall’onda verde che anche l’Italia dovrebbe cavalcare. Forse pochi sanno che metà della potenza elettrica installata in Europa tra il 2000 e il 2010 è basata su fonti rinnovabili con investimenti di centinaia di miliardi di Euro.

Il nucleare anche secondo le ultime stime del Dipartimento dell’Energia degli Usa rappresenta la soluzione più costosa al 2020. Le bollette quindi salirebbero invece di scendere.

Infine, lei ha diviso il proprio attivismo fra impegni istituzionali e l’associazionismo – oltre ad essere direttore scientifico del Kyoto Club ha avuto importanti incarichi nel Ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico. Come vede il rapporto fra società civile e istituzioni in Italia? Condivide l’impressione di un certo snobismo bipartisan verso le realtà “dal basso”? Mi riferisco anche a certe critiche che hanno bollato come “nimby” movimenti radicati sul territorio come quello NO TAV. Che futuro può avere una politica “ambientalista” fatta solo di trattati internazionali e decisioni istituzionali?

Siamo in una fase molto delicata nella quale occorre sapere con intelligenza conciliare difesa del territorio con le sfide ambientali globali. Sono ad esempio diffuse in alcuni settori dell’ambientalismo critiche indistinte all’eolico e ora anche al fotovoltaico che rischiano di precludere non solo il raggiungimento degli obbiettivi del 2020, ma di avvitare il paese in un contenzioso continuo. I trattati internazionali rappresentano la cornice indispensabile al cui interno articolare politiche intelligenti. In particolare se ci sono obbiettivi legalmente vincolanti.

16 febbraio 2011
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