Qual è il bilancio di Greenpeace sul trattato di Kyoto a sei anni dalla sua entrata in vigore. Lo abbiamo chiesto a Domenico Belli, Responsabile Campagna Energia e Clima di Greenpeace.

Sei anni da Kyoto, quale bilancio possiamo tracciare? Cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato?

Il Protocollo di Kyoto è ancora oggi l’unico accordo vincolante a livello globale in materia di emissioni di gas serra e già solo per questo motivo va giudicato positivamente. È indubbio che il Trattato, definendo obiettivi vincolanti per i firmatari, abbia generato una spirale positiva di azioni pubbliche, investimenti finanziari privati e attenzione mediatica su un tema comunque molto complicato quale quello del cambiamento climatico.

In questo senso, il giudizio è senza dubbio buono poiché oramai il livello degli investimenti è dell’ordine di decine di miliardi di euro annui e grazie al sistema del Clean Development Mechanism (CDM) c’è stato un trasferimento importante di tecnologie verdi nei Paesi in via di sviluppo. Detto questo, il meccanismo costruito con il Protocollo presenta i suoi limiti, non ultimo la possibilità di frodare il sistema di scambio dei diritti di emissione e le frodi milionarie scoperte nelle ultime settimane stanno a testimoniare quanto quel sistema sia “debole”. Altro grosso limite, è dato dal fatto che i più grandi “inquinatori” della terra, Cina e Stati Uniti su tutti, non fanno parte del Protocollo di Kyoto e questo, chiaramente, è uno dei suoi limiti più grandi.

L’Italia sembra orientarsi sempre di più verso il nucleare. Anche la Marcegaglia è scesa in campo per difendere questa scelta, ritenuta importante per il progresso del nostro paese. Sappiamo bene che Greenpeace non ha mai condiviso quest’opinione, ma può ribadire brevemente le ragioni del No al nucleare?

Il NO al nucleare non è dettato da motivazioni ideologiche o politiche ma si fonda su considerazioni di carattere ambientale, economiche e scientifiche. Durante il periodo di funzionamento della centrale, aumenta l’incidenza di malattie tumorali nelle popolazioni che abitano nelle vicinanze della stessa, come ha dimostrato uno studio approfondito del Governo tedesco. Circa le scorie poi, ad oggi, non esiste al mondo una soluzione definitiva al problema dello smaltimento delle scorie radioattive. MIliardi di dollari sono stati spesi in studi e sperimentazioni ma ancora le scorie sono stoccate in via provvisoria con grandissimi rischi ambientali. Infine, il costo di una centrale nucleare è oggi insostenibile senza incentivi pubblici copiosi. Noi crediamo che i soldi dei cittadini debbano essere investiti nelle fonti energetiche rinnovabili e non certo in una tencnologia pericolosa e centralizzata quale quella nucleare. Inoltre, già oggi il costo del kwh prodotto dal solare fotovoltaico o eolico è minore dei costi dell’energia prodotta da nucleare e questo divario è destinato a crescere con la riduzione dei costi delle energie rinnovabili. Dunque , la domanda è un altra: come si fa oggi ad essere a favore del nucleare date queste premesse?

In questi giorni si è fatto un gran parlare di città inquinate, di smog e di blocchi urbani. Dopo 6 anni dai famosi trattati, la situazione inquinamento atmosferico in Italia sembra non fare nessun passo avanti. Cosa è mancato alla politica italiana, quali decisioni importanti non sono state prese?

La verità è che in Italia non sono MAI state prese decisioni importanti in materia di inquinamento atmosferico. Da un punto di vista normativo, l’Italia si è sempre limitata a recepire, tardivamente e a malincuore, la normativa europea di settore senza nessuna iniziativa specifica dei nostri governi. Gli incentivi alla rottamazione erano in realtà dei favori a Fiat e poco più; nessun investimento serio sul trasporto pubblico, sulla riduzione dei consumi energetici e termici in edilizia, se non qualche incentivo costantemente sotto attacco. Su questo dovremmo riflettere e passare dalle parole ai fatti.

Esistono due scuole di pensiero sul tema “impatto ambientale”. La prima, che è più coerente con lo spirito liberale-liberista di Kyoto, vorrebbe lo sviluppo di tecnologie sempre più “green”: il progresso può continuare solo se investiamo su tecnologie a basso impatto. La seconda scuola è quella della decrescita: il modello di sviluppo globale, costruito sopra l’idea di una “crescita” annua della produzione non può funzionare in eterno. Non è, quindi, solo un problema di “tecnologia”, ma l’intero impianto economico andrebbe rivisto. Greenpeace come si schiera in questo dibattito?

La domanda è stimolante e non può risolversi in poche considerazioni. Vi è di sicuro la necessità di rivedere alcuni fondamenti del nostro sistema economico, basato sul paradigma della crescita economica perpetua quale condizione necessaria per il presunto benessere individuale. In tal senso, crediamo che il concetto di Prodotto Interno Lordo non sia più idoneo a valutare la ricchezza di un Paese e il benessere dei cittadini. La qualità dell’aria, dell’acqua, del cibo che mangiamo, la bellezza ambientale dei luoghi in cui viviamo sono parametri oramai imprescindibili per valutare la ricchezza complessiva e purtroppo su questo tempo siamo ancora molto indietro rispetto a Paesi quali quelli Scandinavi ad esempio.

Quali saranno le vostre prossime iniziative sul problema inquinamento atmosferico e cosa possono fare i nostri lettori che volessero darvi una mano?

Siamo molto impegnati sul tema delle emissioni di gas serra che sono, allo stesso tempo, emissioni inquinanti per la qualità dell’aria che respiriamo. In tal senso, Greenpeace è impegnata in una campagna europea volta a incrementare dal 20 al 30% l’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra al 2020 rispetto ai livelli del 1990.

Molte grandi imprese europee stanno aderendo alla campagna di Greenpeace e già alcuni importanti Governi si sono già espressi a favore di questo obiettivo, come Germania e Spagna per esempio. Il nostro Paese, come spesso succede, si è purtroppo distinto per l’esatto contrario. Per tutelare pochissime imprese italiane, incapaci di guardare al futuro, il Governo attuale rischia di lasciare l’Italia indietro rispetto alla corsa all’innovazione tecnologica verde, in grado di garantire uno sviluppo durevole e sostenibile, creare decine di migliaia di nuovi posti di lavoro, garantire una sicurezza nell’approvvigionamento energetico per il nostro Paese, da sempre povero di risorse energetiche proprie. Siamo molto impegnati anche a bloccare la corsa delle centrali a carbone nel nostro Paese, tecnologia vecchia e inquinante su cui ancora purtroppo alcune imprese nostrane, Enel su tutte, ritengono giusto investire.

I lettori che volessero darci una mano possono farlo diventando nostri sostenitori e seguendo le nostre Campagne. Greenpeace vive solo delle donazioni di privati cittadini senza prendere un solo euro da istituzioni pubbliche o imprese private.

16 febbraio 2011
I vostri commenti
Oscar, giovedì 17 febbraio 2011 alle14:52 ha scritto: rispondi »

Complimenti per questo nuovo portale moderno e ben fruibile dedicato a temi diversi, tutti con un occhio di riguardo per il nostro ambiente.

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