La Russia non vive certamente un periodo tranquillo. Le ultime elezioni hanno regalato al Presidente Putin una maggioranza alla Duma molto più traballante di quella precedente. Che sia colpa della cospirazione USA (come paventato dallo stesso Putin) o il segno che qualcosa sta cambiando, resta il fatto che gli occhi del mondo sono ormai rivolti verso Mosca.

Ed in questi momenti è normale che vengano alla mente tutte le criticità del “regno” putiniano: dalla gestione della questione cecena alle presunte uccisioni di giornalisti anti-regime; ma il sito statunitense (“c’erano dubbi?”, direbbe Putin) TreeHugger svela anche parte delle “magagne” ambientali.

Non è che la Russia sia mai stata celebre per le proprie attenzioni alla questione ambientalista – rimandiamo, ad esempio, al nostro vecchio articolo sulle centrali nucleari russe – ma gli ultimi fatti rivelati sono a dir poco agghiaccianti.

In pratica, secondo il sito americano, in territorio russo ci sarebbe una dispersione preoccupante di petrolio nell’ambiente. Le percentuali sono altissime: circa l’1% della produzione di petrolio del Paese si perde a inquinare i territori interni, quelli attraversati ovviamente dagli oleodotti non proprio nuovissimi di cui si servono le imprese estrattive russe.

La quantità di oro nero rilasciata ogni due mesi, per intenderci, è pari a quella persa nell’incidente del Golfo del Messico dalla Deepwater Horizon. Resta certamente il fatto che la marea nera è stata un disastro di ben altra portata – ma è innegabile che le istituzioni russe abbiano il dovere politico e morale di risolvere la situazione nel più breve tempo possibile.

20 dicembre 2011
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