Roma di nuovo senza bici, un cimitero di carcasse free floating

Mentre i commercianti di via Tuscolana contestano una pista ciclabile sacrosanta, inserita nel programma dell’amministrazione Raggi che probabilmente hanno votato e per la quale fortunatamente i lavori marciano, Roma rimane di nuovo senza bici. Niente, zero, niet. Né “station based”, come si chiamano quelle da riportare negli stalli fissi tipo il modello Clear Channel (BikeMi e Verona), Bicincittà, Ecospazio e Tmr, né “free floating”. Se il primo è miseramente naufragato un paio di anni fa, e gli stalli sono stati rimossi con grande calma (mitici quelli di via del Corso di fronte all’ex cinema Metropolitan), il secondo è stato una vera meteora. Il modello con le bici da lasciare in libertà ma all’interno di un perimetro delimitato ci ha lasciato in eredità un cimitero di carcasse che puntellano la Capitale aggiungendo degrado a degrado, immondizia a immondizia, miseria a miseria.

Con il pensionamento di Obike, trascinata nell’oblio dal fallimento della controllante di Singapore, e la fuga a tutta birra di Gobee.bike (che aveva perfino tentato l’impresa di spingersi nelle aree più periferiche), si chiude per il momento la breve stagione della bici in libertà. La prima non è durata neanche un anno, visto che l’esordio al I e II municipio è dello scorso novembre. La seconda, gestita da un gruppo di Hong Kong, ancora meno: il servizio era partito lo scorso dicembre, l’addio è arrivato appena due mesi e mezzo più tardi, alla metà di febbraio. Un record. In entrambi i casi, va detto per onore della cronaca, le società si sono svincolate dal mercato italiano e, nel caso di Gobee, da quello europeo.

Non una specificità legata alla capitale, dunque, dove pure non sono mancate le solite vergogne a cui siamo abituati: sellini rimossi per impedire ad altri di prendere la bici tenendola a propria disposizione, mezzi lasciati fuori zona in barba alle sanzioni irrogate dall’app, bici forzate e distrutte, finite nei campi rom, buttate nel Tevere, rinchiuse in cantine e garage e così via. Lo sappiamo: se Milano è il cervello d’Italia, in questi anni bui Roma è probabilmente l’intestino e la breve avventura del bike sharing a flusso libero non è che un’altra prova di come i romani, prima di tutti, si meritino la città che vivono. Anzi, in cui sopravvivono.

Detto questo, però, rimangono due elementi chiave. Primo: molti modelli di business del free floating mettono in bilancio un’ampia percentuale di spese legate al vandalismo. Pare che in molti casi quei costi fossero inferiori alle previsioni. Questo significa che, almeno sotto quell’aspetto, non c’erano ragioni per lasciare certi mercati e certe città. Evidentemente era la redditività a mancare: in altre parole, i cittadini usavano poco i mezzi a disposizione.

Per giunta il free floating aveva distribuito due terzi delle 22.800 biciclette in sole quattro città: Milano, Torino, Firenze e Roma (44, 13, 8 e 5% del totale). Operazioni che mescolano, legittimamente, ambizioni turistiche e di marketing e solo alla fine di mobilità urbana. Un mix che si è scontrato – a Roma e altrove – non solo col vandalismo ma con l’assenza di un piano per la mobilità ciclabile. Dove ci vado, con le bici a flusso libero, se rischio di finire sotterrato in un cratere o sotto a un torpedone di turisti? Un tentativo di quantità, più che di qualità, quello dei gruppi orientali: invadiamo le città con migliaia di mezzi, vediamo come va, e nel giro di una stagione capiamo se convenga o meno rimanere anche in virtù di una serie di altre valutazioni, magari legate ad accordi o sponsorizzazioni. Al di là dei casi eclatanti ma minoritari come gli imbecilli che affogano le due ruote nel fiume, c’è un altro mondo dietro la retromarcia di oBike e compagnia pedalante. Che, come si diceva, ci lascia per giunta una “waste land” di rottami di cui dovremo farci carico con i soldi pubblici. L’impressione, infatti, è che le bici danneggiate non siano state volutamente recuperate. Ma è solo un’impressione, pronti a farci smentire.

Insomma, è un po’ complesso pensare che il bike sharing possa funzionare se non c’è una città da pedalare. Qualcosa, con l’amministrazione Raggi, si sta muovendo, per esempio con il Grab o, più concretamente, con la rete ciclabile unica fra lungotevere, viale Cristoforo Colombo e le piste in corso di progettazione in zona Eur-Torrino-Vigna Murata. Per non parlare appunto delle piste sulle consolari, dalla Nomentana alla Prenestina fino alla Tuscolana, il progetto pilota sull’e-bike sharing, le rastrelliere, i bike park. Forse oBike e soci sono arrivati troppo presto, per una città in costante ritardo come Roma. Ma se se ne sono andati da quasi ogni piazza, tranne l’eccezione milanese, e se invece i modelli “station based” operano in 228 comuni con un totale di 13.649 mezzi, qualche errore l’avranno fatto anche i giganti orientali.

23 ottobre 2018
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