Riscaldamento globale: conferme da nuovi studi americani

Il riscaldamento globale è uno dei leit motiv dell’ambientalismo degli ultimi 10 anni: l’effetto antropico starebbe accelerando il cambiamento climatico, provocando effetti “secondari” potenzialmente disastrosi come la desertificazione o l’innalzamento del livello del mare.

Eppure, quest’argomento è anche uno tra i più criticati da parte di quel lato dell’opinione pubblica che nutre dello scetticismo rispetto alle tesi ambientaliste. Che il clima stia cambiando sarebbe un qualcosa tutto da dimostrare.

Questi dubbi non riguardano soltanto le opinioni di militanti, giornalisti o politici: è un confronto, spesso aspro, fra diversi modelli di analisi e teorie scientifiche. Insomma, una disputa tutta accademica, oltre che politica – in quest’ultimo senso, basti pensare come negli USA i Repubblicani cavalchino le tesi “scettiche”.

Per sgombrare ogni dubbio, negli USA 18 mesi fa è stato creato una sorta di super team di ricerca: il Berkeley Earth Surface Temperature. Di esso fanno parte gente del calibro del prof. Richard Muller o del premio Nobel Saul Perlmutter.

Alcuni degli scienziati coinvolti, fra cui lo stesso Muller, erano mediamente scettici sulla reale fondatezza della teoria del cambiamento climatico. Nonostante ciò, il duro lavoro che hanno svolto ha contraddetto i loro preconcetti iniziali. Il nuovo modello creato differisce nei risultati solo del 2% rispetto a quelli del NOAA (i cui risultati sono fra i più contestati).

In sostanza, il lavoro svolto dal team di Berkeley, pur prendendo in esame fondamentalmente gli stessi dati di altri modelli, ha complicato il sistema, tenendo conto delle più diverse variabili. Il risultato però non sembra cambiare: il riscaldamento globale è una realtà misurabile e pari a 0.911°C in appena 50 anni.

24 ottobre 2011
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