Un attivista ambientale muore ogni settimana. Questa la media diffusa dall’organizzazione Global Witness, che sottolinea come l’attivismo contro la distruzione delle foreste pluviali, il saccheggio di patrimoni naturali e lo sfruttamento incondizionato della Terra costi molto caro a chi vi dedica la propria esistenza.

Oggi al via il summit mondiale Rio+20, dove i governi della Terra saranno chiamati a scelte responsabili se non vorranno pregiudicare ogni possibilità di porre un freno ai cambiamenti climatici. Mentre l’attenzione viene puntata sul vertice brasiliano, i dati diffusi da Global Witness gettano più di un’ombra proprio sul Paese ospitante.

Il Brasile è primo nella scomoda classifica dei Paesi in cui avviene il maggior numero di uccisioni di attivisti, spesso impegnati nel difendere l’Amazzonia e la sua foresta pluviale dall’avanzata selvaggia di ruspe e delle industrie estrattive. Preoccupante il conto delle vittime, 365 in appena un decennio nella sola terra brasiliana.

Nel corso degli ultimi vent’anni molti sono stati i nomi più o meno noti dell’ambientalismo mondiale ad essere uccisi per aver lottato contro i grandi interessi economici. Spesso le statistiche sono al ribasso, in quanto si assiste frequentemente a morti sospette che non vengono perciò conteggiate in tutti gli elenchi. Ha destato molto scalpore l’uccisione lo scorso anno di due attivisti di rilievo nella difesa della foresta pluviale amazzonica, José Cláudio Ribeiro da Silva e Maria do Espirito Santo.

Passato alla storia nel finire degli anni ottanta è l’omicidio del sindacalista e ambientalista brasiliano Chico Mendes, che lottò contro le grandi corporazioni in difesa dei lavoratori e dei piccoli proprietari terrieri. In quel caso la pressione mondiale consentì di arrivare alla condanna a 19 anni di reclusione per esecutori e mandanti, ma da allora centinaia sono state le morti che non hanno purtroppo mai ottenuto giustizia.

Il numero delle uccisioni ogni anno è crescente rispetto al precedente, segno che la lotta per le risorse sta assumendo toni sempre più drammatici. A sostenerlo Billy Kite di Global Witness:

L’andamento indica un inasprimento della lotta globale per le risorse e rappresenta un chiaro segnale d’allerta per i delegati di Rio. Oltre una persona a settimana viene uccisa perché difende i diritti di foreste e terre.

Lo stesso Kyte invia poi un messaggio diretto ai governanti presenti a Rio, un invito ad intervenire in maniera rapida per impedire il perpetuarsi di crimini e violenze ai danni dell’ambiente e degli attivisti coinvolti nella sua difesa:

La comunità internazionale deve spezzare il circolo vizioso che vede coinvolte foreste e terre. Non è mai stato così importante difendere l’ambiente e allo stesso tempo non è mai stato così mortale.

20 giugno 2012
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