A diversi mesi dall’incidente della Costa Concordia, si entra nel vivo della fase di rimozione del relitto nautico incagliato al largo delle coste dell’Isola del Giglio. Legambiente esprime via mezzo stampa tutta la sua preoccupazione per una simile operazione, perché potrebbe risultare altamente inquinante per la flora e la fauna marina.

L’associazione ha quindi deciso di inoltrare due missive al Ministro dell’Ambiente Corrado Clini e al Capo della Protezione Civile Franco Gabrielli, affinché siano verificate e rivedute le procedure di rimozione. Il sistema scelto, che comprenderebbe anche la costruzione di un momentaneo fondale marino artificiale di 6.400 metri quadrati pensato per far tornare la crociera a galleggiare, rischia di avere un’impatto devastante sull’ecosistema protetto del Giglio, oltre che a rendere l’ipotesi di una frattura della nave davvero reale. Così si legge in alcuni estratti delle lettere, pubblicati sul sito della stessa Legambiente:

«Riteniamo importante che venga seguita con la medesima attenzione e con la stessa struttura di controllo che ha operato finora anche la fase relativa alla rimozione, al trasporto ed allo smaltimento definitivo del relitto: una fase che consideriamo molto delicata dal momento che un intervento di questa portata e di questa complessità non è stato mai realizzato finora, e che va monitorata quindi con marcata scrupolosità.»

Oltre a richiedere una presenza continua delle istituzioni, rappresentate da Carabinieri e Vigili del Fuoco, Legambiente pone l’accento su tutte quelle attività di monitoraggio delle operazioni di trascinamento a riva del relitto. I lavori verranno ovviamente realizzati da società private, ma il rischio è quello che il disastro venga monetizzato, quindi che la rimozione risponda più a logiche di profitto che di protezione dell’ambiente. Un processo così delicato eventualmente mal eseguito, infatti, potrebbe portate all’inabissamento del relitto o al versamento in mare di alcune sostanze chimiche ancora presenti a bordo, come detersivi, solventi o parti di carburante non completamente aspirate durante la fase di drenaggio dei petroli. Una problematica già scongiurata nella prima fase di intervento sulla Costa Concordia – quando i danni per l’ecosistema sono stati decisamente contenuti – ma che potrebbe ripresentarsi con prepotenza qualora si agisse con imperizia.

27 maggio 2012
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I vostri commenti
Egidiogolfieri, domenica 27 maggio 2012 alle21:37 ha scritto: rispondi »

Probabilmente quelli di Legambiente oltre a parlar tanto, avran in mente un piano migliore per il recupero, e poco costoso magari,ma loro, sono dei furbacchioni, stan zitti per non sbagliare.  

Sead, domenica 27 maggio 2012 alle17:17 ha scritto: rispondi »

Ma io questa gente veramente non la capisco. Rompono se lasciano li la nave, rompono se la portano via, potrebbero dare un'altra alternativa loro? Ma visto che non fanno niente altro che criticare quelli che si  impegnano a portare via il relitto con minore impatto ambientale possibile spendendo cifre importante come 300 milioni di dollari per la rimozione, ma che parlino all'infino, io non li considerei neanche. Buon Lavoro alla Titan e Micoperi.

Ma, domenica 27 maggio 2012 alle14:41 ha scritto: rispondi »

Consiglierei ai Legambientisti di trovarsi un lavoro , non è possibile rimuovere una NAVE di quelle dimensioni senza contraccolpi sul fondale che la ospita, direi a Legambiente, o la lasciamo li a marcire oppure accettiamo che venga rimossa con le ovvie conseguenze. Gente che non lavora.

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