Le piattaforme di trivellazione in Italia non pagano royalties o sono ferme da anni. A sostenerlo in un nuovo dossier è Greenpeace, che torna a sottolineare l’importanza che il referendum sulle trivelle del 17 aprile 2016 potrebbe avere sulla strategia energetica italiana.

Secondo i dati forniti da Greenpeace le piattaforme di trivellazione nei mari italiani (entro le 12 miglia) sono per il 73% “non operative, non eroganti o erogano così poco da non versare neppure un centesimo di royalties alle casse pubbliche”. Numeri ottenuti attraverso l’analisi dei documenti forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico, da ieri nelle mani (ad interim) del Presidente del Consiglio Renzi a seguito delle dimissioni di Federica Guidi.

Stando a quanto riferisce Greenpeace 3 piattaforme su 4 sarebbero giunte al termine del loro ciclo industriale, non producendo più o estraendo quantitativi insignificanti (al di sotto della soglia di pagamento delle royalties). Da questo paradosso nascerebbe il titolo del nuovo rapporto dell’associazione: “Vecchie spilorce“.

Tradotto in termini pratici quanto rivelato dall’associazione consiste in 35 piattaforme su 88 di fatto non in funzione, di cui:

6 risultano “non operative”, 28 sono classificate come “non eroganti”, mentre un’altra risulta essere di supporto a piattaforme “non eroganti”.

Se circa il 40% del totale è in mare con l’unico scopo di arrugginirsi, prosegue l’associazione, ulteriori 29 producono così poco da essere considerate sempre al di sotto della franchigia (50 mila tonnellate per il petrolio, 80 mila metri cubi standard per il gas) e quindi esentate dal pagamento dei diritti di sfruttamento. Greenpeace sostiene come tali livelli di produzione siano utilizzati dalle compagnie, per quanto riguarda un terzo delle piattaforme totali, per evitare i costi di dismissione.

Appena 24 piattaforme risultano invece produrre al di sopra della franchigia, il 27% del totale. Urgente secondo Greenpeace lo smantellamento di quelle strutture obsolete e non produttive, prima che il loro deterioramento possa provocare un disastro ambientale nei mari italiani.

Dure le critiche di Andrea Boraschi alla strategia energetica del Governo Renzi, la cui condotta “pro-fossili” verrebbe confermata dalla vicenda che vede coinvolta Federica Guidi (ormai ex ministro dello Sviluppo Economico). Come ha ribadito il responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace è fondamentale opporsi a tale visione “fossile” votando Sì al referendum anti-trivelle del 17 aprile 2016:

Abbiamo deciso di fare chiarezza: le piattaforme interessate dal referendum del 17 aprile sono ferrovecchi che nella maggioranza dei casi estraggono nulla o poco più e che non versano neppure un centesimo nelle casse pubbliche. È questo il comparto strategico che Renzi e il fronte astensionista difendono? Il 17 aprile votando Sì possiamo dare un termine certo alla presenza di questi inutili dinosauri nei nostri mari.

1 aprile 2016
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