Il 6 luglio scorso il Coordinamento nazionale “No Triv” e l’associazione “A Sud” avevano avanzato una proposta di abrogazione di parte dell’articolo 35 del Decreto Sviluppo, al quale avevano aderito 130 associazioni e circa 90 tra artisti, docenti, scrittori, costituzionalisti e giornalisti. L’obiettivo era quello di fermare le trivellazioni nei nostri mari. Ora la proposta viene rinnovata perché entro il 30 settembre almeno 5 Regioni (per non dover arrivare alle 500 mila firme) dovranno decidere a favore del referendum abrogativo.

Con l’iniziale intento di promuovere una crescita sostenibile in realtà tale articolo, nella forma attuale non ha fatto altro che sbloccare le circa 30 concessioni nelle Marche, in Abruzzo, in Molise e in Puglia, che erano state bloccate nel 2010 dopo l’incidente avvenuto alla piattaforma Deepwater Horizon della British Petroleum.

Le associazioni chiedono un intervento più deciso da parte delle Regioni, che sembrano temporeggiare nel tentativo di raggiungere un qualche tipo di accordo con il Governo. Già nel 2012 Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Abruzzo e Puglia avevano lanciato una proposta di referendum popolare che abrogasse lo stesso articolo, ma da allora niente è stato fatto.

Tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 7 Regioni avevano impugnato la legge di fronte alla Corte Costituzionale.

I procedimenti relativi alle prospezioni petrolifere entro le 12 miglia richiederanno circa un anno per la loro conclusione, il tempo non è molto, le associazioni chiedono un’azione coordinata e decisa per proteggere il patrimonio delle nostre coste da eventuali disastri, dalle perdite di idrocarburi che avvengo normalmente durante le attività, dai danni causati dall’air gun per non parlare di quelli provocati al paesaggio, in un mare che per i suoi scorci e la sua ricchezza in biodiversità dovrebbe essere valorizzato e vocato invece al turismo.

4 settembre 2015
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