Il rabarbaro è un ortaggio che, soprattutto negli ultimi anni, ha ritrovato nuove applicazioni in cucina, anche per gustose ricette della dieta mediterranea. Dal sapore intenso e dalle tipiche coste rosse, si tratta di una delle poche piante perenni dell’orto. Ma come coltivarlo autonomamente in giardino oppure in vaso?

Prima di coltivare il rabarbaro, così come accade per tutti gli altri ortaggi, è utile informarsi sulle caratteristiche climatiche del proprio luogo di residenza, quindi l’eventuale compatibilità delle varietà. Per farlo, si potrà chiedere aiuto al proprio fornitore di semenze o negozio di botanica preferito.

Cosa sapere prima di coltivare il rabarbaro

I genere Rheum rappresenta delle piante erbacee perenni, appartenenti alla famiglia delle Polygonaceae. Questa famiglia comprende all’incirca 60 specie diverse di rabarbaro, originarie dell’Asia e di alcune parti dell’Europa e oggi, grazie alla coltivazione, disponibili pressoché ovunque. Tutte le piante del genere si caratterizzano per un rizoma carnoso, da cui parte un fusto alto, eretto, robusto e cespuglioso, fino a raggiungere anche i 2 metri d’altezza. Mentre le coste tendono a essere rossastre, soprattutto nelle varietà scelte per il consumo alimentare, le foglie sono di un intenso verde. I fiori sono simmetrici, con sei tepali bianchi o giallastri, dalle dimensioni anche importanti. Nei secoli, le piante del genere sono state utilizzate sia a scopi medicinali che alimentari. Oggi, invece, all’ortaggio si ricorre soprattutto per le proprietà aromatiche. La scelta della varietà, dal Rheum palmatum al Rheum undulatum, dipende sia dagli scopi della coltura che dalla zona di residenza.

Il clima ideale è quello continentale e mediterraneo, senza però eccessivi caldi. La pianta, infatti, si caratterizza più per uno sviluppo invernale che estivo, poiché in quest’ultima stagione tende ad appassire. Ama l’esposizione al sole, ma non l’afa troppo intensa: per questo motivo, una posizione in mezz’ombra potrebbe essere una soluzione da preferire. Infine, presenza una buona adattabilità alle intemperie, anche a quelle più frequenti di autunno e primavera.

Il terreno preferito è morbido, drenante, privo di ristagni d’acqua. Sebbene la pianta non necessiti grandi opere di concimazione, è comunque consigliata una fertilizzazione con concimi organici quali il letame o il compost, da distribuire uniformemente nel terreno anche con una blanda opera di zappatura preliminare.

Le necessità d’acqua non sono intense e, naturalmente, variano a seconda dei periodi dell’anno. In autunno e in primavera, ad esempio, possono bastare le precipitazioni atmosferiche, vagliando sempre il tasso di aridità del terreno. In estate, invece, si consiglia un maggiore intervento, rispettando però i cicli della pianta: proprio in questa stagione, infatti, le varietà tendono a seccare.

Coltivazione in vaso e in orto

Il rabarbaro può essere efficacemente coltivato sia in orto che in vaso, anche se con scopi diversi. In giardino, infatti, la crescita è preferita per il consumo alimentare, anche perché l’ortaggio tende a espandersi velocemente sia in larghezza che in altezza. In vaso, invece, è di solito scelto come varietà ornamentale, per i singolari colori della varietà.

In ogni caso, la predisposizione del contenitore sarà importante. Sul fondo sarà utile adagiare un letto di ghiaia e cocci, affinché si aumenti il deflusso dell’acqua, evitando così pericolosi ristagni. Si riempie quindi il tutto con del terriccio morbido, preferibilmente fertilizzato come spiegato poc’anzi. Sempre in giardino, inoltre, sarà utile un’opera di blanda zappatura per distribuire uniformemente le sostanze nutritive sul terreno.

Il rabarbaro può essere coltivato sia per seme che per divisione dei cespi e dei rizomi. La prima modalità, non molto frequente, prevede una coltivazione in semenzaio a partire da febbraio, per un trapianto successivo alla comparsa dei germogli. Cespi e rizomi, invece, possono essere acquistati presso i negozi specializzati o recuperati da qualche conoscente che ha già avviato la coltivazione. Il periodo ideale per questa operazione è l’inizio della primavera, quando le temperature rimangono ancora fresche ma non proibitive, oppure anche in autunno. Il rizoma andrà inserito a poca profondità nel terreno, mentre se si sfruttano piantine già ben sviluppate, bisogna prestare attenzione a non danneggiare l’apparato radicale. La disposizione è di solito a file e, non ultimo, dovrà essere mantenuta una buona distanza fra gli esemplari poiché tendono a estendersi rapidamente sia in altezza che in larghezza. La raccolta avviene, in genere, quando gli esemplari hanno raggiunto il secondo anno di età: dall’inizio della primavera, si scelgono progressivamente le coste più esterne, lasciandone comunque un buon numero sulla pianta. Questa procedura può essere prolungata fino all’inizio dell’estate, quando la pianta tenderà ad appassire per via del caldo. Per gli usi alimentari, solitamente si ricorre soltanto alle coste.

Tra le necessità di manutenzione ciclica, l’eliminazione di erbacce e altre piante infestanti, la pacciamatura se necessaria, adeguati ripari per l’inverno più gelido e l’estate più afosa e, non ultimo, in controllo di parassiti e altri insetti.

14 novembre 2015
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