Uno studio condotto da Justin O. Schmidt ha aperto una porta sulla motivazione che spinge gli insetti a pungere. L’entomologo si è sottoposto personalmente a una serie di test fisici per poter redigere e affidare alla stampa il suo nuovo libro, “The Sting of the Wild”. Secondo gli esperimenti effettuati, Justin avrebbe creato lo “Schmidt Pain Index”, una sorta di scala di misura da uno a quattro per definire il livello di dolore imposto dalla puntura di un insetto.

Il libro può contare su circa mille prove fisiche effettuate personalmente dall’entomologo. Ogni puntura ricevuta è corredata da una spiegazione: ad esempio, il pungiglione di una vespa muratore è paragonabile al “fastidio che si prova quando al ristorante servono un formaggio sbagliato”. Mentre la vespa guerriera e la sua azione, indicata come dolorosità di livello 4, sarebbe simile a una tortura.

Quello che si evince da questa particolare ricerca non si limita al dolore, ma anche alle strategie e alle motivazioni che spingono un insetto ad attaccare. In realtà questi preferirebbero non agire, non dover difendersi sfoderando pungiglioni e altri armi, perché la reazione potrebbe creare danni fisici. Come la perdita di una zampa, la rottura di un’antenna o di un’ala. I colori sono infatti la prima arma, l’avviso primario che mette in guardia gli avversari scoraggiandoli dalla lotta. A pungere sono in realtà solo le femmine, perché il pungiglione si è sviluppato nel tempo dagli ovopositori, gli organi a forma di tubo utili per depositare le uova. Oggi questi sono accuratamente separati. Solo le vespe dette “tarantula hawks” possono inoculare nelle vittime le uova attraverso il pungiglione, corredando il tutto con del veleno paralizzante, che permetta alle vespe appena nate di consumare il corpo ospitante dall’interno.

Come anticipato i maschi non creano dolore perché non possiedono il pungiglione, anche se simulano l’attacco per spaventare i nemici. Ma esistono altri insetti che preferiscono evitare la pratica, magari depositando semplicemente le uova senza iniettarle. Mentre un genere particolare di bruco, il Megalopyge opercularis, possiede delle spine cave lungo il corpo con cui inocula una sostanza tossica. Secondo lo studioso, la tecnica migliore per evitare le aggressioni è quella di non disturbare gli insetti, evitando incontri ravvicinati con alveari e simili. Ma in caso di vicinanza improvvisa, in particolare con le api, la soluzione ideale è quella di trattenere il fiato muovendosi lentamente. Il respiro, essendo umido, è un’attrattiva interessante per questi insetti.

21 giugno 2016
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