La pressione alta non viene influenzata dal sale, ma dallo zucchero. A rilanciare un nuovo tipo di approccio alla gestione alimentare dell’ipertensione sono alcuni ricercatori statunitensi del Saint Luke’s Mid America Heart Institute di Kansas City in un rapporto pubblicato sull’American Journal of Cardiology.

Secondo quanto riportato dai ricercatori USA sarebbe lo zucchero a provocare un’accelerazione del ritmo cardiaco, giudicata responsabile dell’incremento nei valori della pressione sanguigna. Tale sarebbe il risultato dell’analisi condotta su uno studio francese, che ha coinvolto circa 9000 donne assolvendo di fatto il sale dall’accusa di essere il principale responsabile della pressione alta. Come ha spiegato il Dr. James DiNicolantonio, autore principale dello studio:

È lo zucchero e non il sale che può essere a tutti gli effetti un fattore causale per la pressione alta. Questo concetto è supportato da meta analisi di studi randomizzati di controllo (studi di larga scala) che suggeriscono come lo zucchero sia maggiormente collegato alla pressione sanguigna dell’uomo rispetto al sodio.

Incoraggiare i consumatori a ridurre il consumo di zucchero, non di sale, potrebbe risultare più efficace nella strategia dietetica per ottenere un reale controllo della pressione sanguigna.

Lo stesso ricercatore prosegue poi affermando come i risultati ottenuti lo porterebbero a rifiutare e anzi contrastare del tutto il precedente corpo di ricerca in merito alla necessità di tagliare il consumo di sale:

Noi sosteniamo l’opposto, una riduzione dell’apporto di sale può portare a un incremento dell’assunzione di cibi processati (con zuccheri aggiunti) e di conseguenza un incremento del rischio di diabete, obesità e malattie cardiovascolari.

Critico verso i risultati presentati dai ricercatori USA è il Professor Graham McGregor, esperto di medicina cardiovascolare presso il Queen Mary, University of London, secondo il quale le evidenze a supporto della maggiore pericolosità dello zucchero sarebbero ancora troppo deboli per consentire una variazione dell’approccio medico.

15 settembre 2014
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