Le plastiche sono materiali polimerici costituiti da molecole con catene molto lunghe, ai quali possono essere aggiunti additivi di vario tipo. Per questa loro caratteristica, sono molto persistenti nell’ambiente.

Di solito per effetti chimici o fisici, i materiali in plastica riescono a degradarsi in particelle molto piccole, ma non sono biodegradabili e soprattutto rilasciano sostanze tossiche nell’ambiente. Se si aggiunge a questo il fatto che sono presenti ormai ovunque, dagli imballaggi di vario tipo, anche per alimenti, ai giocattoli per bambini, agli accessori per l’elettronica o per i veicoli, si può capire quanto imponente sia il problema.

Spesso poi questi materiali non vengono smaltiti in maniera corretta e finiscono nell’ambiente, nei nostri mari in particolare, dove diventano parte integrante dell’ecosistema, basti pensare alle cosiddette isole di plastica del Pacifico.

Ecco che la ricerca si è mobilitata da tempo, con il fine di trovare materiali alternativi e altrettanto funzionali, ma meno impattanti per l’ambiente. Sono già numerosi i brevetti e i marchi che creano nuove plastiche, a partire da materia vegetale, che sia poi biodegradabile, o meglio “compostabile” al 100%.

Per citarne alcuni, l’italiano Mater-Bi della Novamont, Biolice (della LCI), Bioplast (della Biotec), Cereplast Compostables (della Cereplast), Biotecnomais (prodotto dalla Euro-ecological Italia), Vegemat (della Vegeplast), Solanyl (della Solanyl Biopolymers Inc.) o Pla Ingeo (della NatureWorks Llc).

Di recente però sarebbe stato pubblicato su Angewandte Chemie, uno studio condotto da un gruppo di ricercatori provenienti dal Dipartimento di Chimica e Biochimica e dal Dipartimento di rivestimenti e materiali polimerici del Center for Sustainable Materials Science della North Dakota State University (NDSU).

La NDSU in collaborazione con il North Dakota Experimental Program to Stimulate Competitive Research (ND EPSCoR) ha istituito il Centro per la Scienza dei materiali sostenibili, che ha ricevuto sovvenzioni dalla National Science Foundation e che è nato con lo scopo di realizzare esperimenti e studi, alla ricerca di composti realizzati da materiali rinnovabili e biodegradabili, slegandosi così dalla dipendenza dalle fonti fossili anche in questo settore.

Gli studi sono partiti da semi oleosi di colture agricole, cellulosa, lignina, saccarosio, fruttosio, per creare muove molecole che alla luce ultravioletta a 350 nanometri, per tre ore, hanno dimostrato di potersi completamente degradare restituendo le molecole di partenza e potendo quindi potenzialmente ridare inizio alla produzione. Dean Webster, professore e presidente del Dipartimento di rivestimenti e materiali polimerici presso la NDSU, ha così commentato:

Questo approccio cradle-to-cradle per creare una plastica che può essere degradata facilmente offre un potenziale scientifico per eventuali prodotti che potrebbero ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e diminuire la quantità di materie prime necessarie.

La prossima fase della sperimentazione prevede la valutazione della durata e della resistenza di questi materiali, in modo da capire quale può essere il loro futuro anche da un punto di vista del mercato.

26 novembre 2014
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