Se qualcuno avesse ancora qualche dubbio sul fatto che il Governo italiano sia seriamente intenzionato a rilanciare la corsa al petrolio offshore nel Mediterraneo, dovrebbe dare un’occhiata al decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 27 dicembre 2012, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 60 del 12 marzo 2013.

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Nel decreto ministeriale è contenuto il più grande allargamento di una zona marina concedibile per attività petrolifera che il nostro Paese abbia mai visto: la Zona marina C, il Canale di Sicilia. Un ampliamento talmente tanto grande che ha un nome proprio: “Zona marina C – settore sud“. In questa immagine, allegata al decreto, si vedono sia la “vecchia” Zona C che la nuova “Zona C sud”:

Zona marina C sud

Che il ministro per lo Sviluppo Economico, Corrado Passera, avesse un debole per l’offshore ibleo lo si era intuito sin dalla prima bozza della Strategia Energetica Nazionale, dove tra le aree da destinare alle trivellazioni aveva inserito proprio il mare di fronte le province di Ragusa e Siracusa. Adesso c’è la conferma, con un sostanziale raddoppio dello specchio di mare trivellabile.

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Ma la questione non è semplice perché, a due passi da quell’enorme poligono rosso, c’è Malta. Che, quanto a voglia di trivellare, non ha nulla da invidiare all’Italia. Anzi, se andiamo a vedere i blocchi in cui l’isola dei Cavalieri ha spartito il suo mare in vista delle future concessioni petrolifere scopriamo che si tratta di un’area enorme:

offshore malta

Ai lettori più attenti, e con l’occhio più sveglio, non sarà sfuggito un dettaglio: la nuova Zona marina C sud si sovrappone ai blocchi maltesi. E di parecchio: basta sovrapporre anche grossolanamente le due immagini per accorgersi che la nuova zona italiana si mangia letteralmente interi blocchi del mare di Malta. Lo abbiamo fatto:

offshore Italia malta sovrapposizione

Ora, è chiaro che c’è un problema: non serve un giurista per capire che due Stati non possono possedere lo stesso tratto di mare. Come è anche chiaro che entrambi non possono pretendere le royalties dalle stesse compagnie petrolifere per lo stesso petrolio. Dove sta la soluzione?

A dire il vero ancora non c’è, ma il Governo italiano confida di trovarla. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha dato mandato all’Unmig, l’Ufficio Miniere Idrocarburi e Geotermia, di aprire un tavolo tecnico congiunto con i maltesi per dividersi il Canale di Sicilia.

Il primo incontro c’è stato il 27 settembre 2012, a Roma, con l’avvio di un “informal preliminary scoping exercise, without prejudice of sovereign rights “. Il secondo incontro è stato a La Valletta il 10 dicembre. Ecco come il Ministero descrive il negoziato e come spiega l’allargamento della Zona C:

Anche allo scopo di avviare progetti di esplorazione congiunta con Malta, con Decreto Ministeriale del 27 dicembre 2012, è stata ampliata la Zona marina “C”, già istituita con Legge 21 luglio 1967, n. 613, nel Mare Ionio meridionale e nel Canale di Sicilia.

A seguito dei citati incontri si è altresì convenuto di sviluppare ulteriormente la collaborazione tra i due Paesi avviata in sede UE, segnatamente per finalizzare la proposta di Regolamento sulla sicurezza delle attività offshore che sarà probabilmente adottato nel corso del primo semestre 2013 sotto forma di Direttiva (testo in bozza attualmente all’esame dell’Energy Working Party del Consiglio Europeo) e che risponderà per quanto possibile a interessi e modelli dei Paesi mediterranei.

Se son rose, fioriranno. Se c’è petrolio, sgorgherà. Ma resta un dubbio: allargare il mare territoriale di una nazione è palesemente un atto di politica estera. Da quando un Ministero dello Sviluppo Economico fa politica estera? Senza considerare, poi, che il Governo Monti ha perso la fiducia il 6 dicembre e, da quel giorno in poi, è abilitato a curare solo gli affari correnti. Un atto di politica estera di questa portata può essere considerato un “affare corrente”?

| Gazzetta Ufficiale

23 aprile 2013
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