L’Italia è un vero e proprio paradiso fiscale e legale per l’industria petrolifera e ancor più lo diventerà con l’entrata in vigore del nuovo Decreto Sviluppo, che contiene al suo interno una malcelata sanatoria al petrolio offshore. L’opinione è delle tre maggiori associazioni ambientaliste: Greenpeace, Legambiente e WWF, che in un comunicato stampa congiunto se la prendono con Corrado Clini per la sua apertura alla possibilità di rimuovere la fascia di interdizione alle trivelle di 12 miglia dalle coste.

Spiegano WWF, Legambiente e Greenpeace facendo appello a Clini:

Cedere alla richiesta dei petrolieri metterebbe a rischio le popolazioni costiere e settori economici importantissimi per l’Italia come quelli del turismo e della pesca che vivono delle risorse marine.

Un intervento che rappresenterebbe un ulteriore e ingiustificato passo in favore delle trivellazioni offshore, dopo che l’attuale versione dell’articolo 35 del Decreto Sviluppo di fatto sblocca tutte le richieste, i permessi di ricerca e le concessioni precedenti al giugno 2010 che la modifica al Codice dell’Ambiente aveva bloccato.

Secondo le tre associazioni la richiesta di abolizione della “no-triv zone” da parte dei petrolieri non sarebbe altro che una contropartita all’aumento delle royalties, che col decreto sviluppo salgono del 3%. Se non fosse, però, che quel 3% in più andrà a finire in un fondo anti disastri petroliferi. Ma non sarebbe l’unico regalo ai petrolieri visto che, già oggi:

l’industria estrattiva nel nostro paese gode di uno scandaloso regime di esenzioni e il costo delle concessioni per la coltivazione è risibile. Non vengono pagate allo Stato le aliquote sulle prime 20 mila tonnellate di petrolio prodotte annualmente in terraferma e le prime 50 mila tonnellate di petrolio prodotte in mare, come i primi 25 milioni di smc di gas in terra e i primi 80 milioni di smc in mare.

Le concessioni di coltivazione, sia pur adeguate nel tempo, partono, a valori 1996, dalle 5 mila lire a Kmq per i permessi i prospezione, alle 10 mila lire a Kmq per i permessi di ricerca, alle 80 mila lire a kmq per i permessi di coltivazione.

Pochi spicci, quindi, a fronte di un grande rischio visto che sulle 136 concessioni di coltivazione in terra attive in Italia nel 2010 solo 21 hanno pagato royaltes e sulle 70 coltivazioni a mare, solo 28 le hanno pagate. Passando dai pozzi alle società, sono 59 quelle che operano sul suolo o nel mare in Italia ma solo 5 quelle che pagano il dazio. In altre parole: in Italia il petrolio si regala.

22 giugno 2012
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Fonte:
WWF
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