Petrolio nel Cilento: i sindaci dicono no all’incontro con la Shell

Prosegue il braccio di ferro tra la Shell e i sindaci del Cilento sul permesso di ricerca petrolifera denominato “Monte Cavallo”. Come previsto, all’incontro convocato nei giorni scorsi dalla multinazionale del petrolio non erano presenti i sindaci dei comuni interessati ma c’erano solo i giornalisti.

Per la Shell, invece, erano presenti l’addetto stampa Domenico Ciancio, la geologa Katia Grassi e la responsabile comunicazione con il governo Franca Mazzacorta. Secondo Shell l’istanza di ricerca è ancora nella sua fase iniziale: rielaborare dati già acquisiti nel corso delle precedenti trivellazioni nella stessa zona per capire se ci sia la possibilità che sotto Monte Cavallo si trovino petrolio o gas naturale.

Se si riterrà probabile la presenza di idrocarburi, hanno spiegato i rappresentanti della multinazionale anglo-olandese, si chiederà una Valutazione di Impatto Ambientale per fare i pozzi esplorativi. Se con i pozzi esplorativi uscirà fuori il primo petrolio o gas, si procederà con le trivellazioni vere e proprie.

Procedura già nota, perché è identica in tutta Italia. La cosa più significativa che è emersa dalla conferenza stampa, però, è un’altra: Shell ha confermato che in questa vicenda i sindaci hanno solo un ruolo consultivo e non possono né permettere né vietare nulla perché decide la Regione, che invia il suo parere al Ministero dello Sviluppo economico e a quello dell’Ambiente.

Ma cosa ne pensano i sindaci del Cilento di questo progetto? Niente di buono, se hanno deciso all’unanimità di disertare l’incontro con Shell per andare in Regione a chiedere il blocco della concessione. Per la precisione tutti i comuni sono contrari e appena cinque consiglieri comunali sarebbero favorevoli: due a Padula, uno a San Pietro al Tanagro e due che si sono astenuti dalla votazione (uno a Polla e uno a Sala Consilina).

Da notare che nessuno di questi comuni fa parte del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, perché l’istanza della Shell è esterna al parco stesso. Ma vicinissima, anzi adiacente all’area. E può esserlo perché la legge nazionale non vieta a un’azienda petrolifera di cercare idrocarburi a due passi da un’area protetta. L’ultima modifica alla normativa, quella voluta dall’ex ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, impone limiti di sicurezza entro i quali non si può perforare ma solo in mare.


Cinque miglia dalle coste e dodici dalle aree marine protette, perché un’eventuale fuoriuscita di petrolio potrebbe inquinare pesantemente i paradisi naturalistici. Questa cautela a terra non c’è e le multinazionali del petrolio si comportano di conseguenza. Eppure il recentissimo caso di fuoriuscita di greggio da un oleodotto nella vicina Basilicata dovrebbe suggerire anche al legislatore maggiore prudenza, ma l’attuale governo ha già deciso: il petrolio nazionale va estratto a tutta forza.

| Ola Ambientalista

19 marzo 2012
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