Dopo soli due mesi di esplorazione e 2211 m di formazioni geologiche esplorate, la Repsol fa marcia indietro e abbandona la Canarie. Con queste trivellazioni, a circa 50 chilometri dalle isole di Lanzarote e Fuerteventura, la Spagna aveva sperato di poter aumentare la propria indipendenza energetica visto che al momento il Paese importa l’80% della sua energia. Non è andata però come speravano le autorità spagnole e la Repsol, che lascia un progetto il cui valore era stimato in 7,5 miliardi di dollari.

La seguente sarebbe stata la motivazione ufficiale che ha portato il gigante del petrolio a fare dietro front. Non si parla tuttavia degli effetti dovuti al recente calo del 60% del prezzo del greggio:

L’indagine esplorativa ha confermato che sono stati generati petrolio e gas nel bacino, anche se i depositi sono stati trovati saturi d’acqua e gli idrocarburi presenti sono molto sottili, in strati non sfruttabili.

Gli abitanti delle isole e gli ambientalisti festeggiano, come ha commentato il presidente regionale delle isole, Paulino Rivero:

Il fallimento di Repsol è un successo per le Canarie e la garanzia che possiamo vivere in pace e tranquillità.

Tutt’altro che soddisfatto è al contrario il governo spagnolo, espressosi attraverso le parole di Enrique Hernandez Bento, vice ministro dell’Industria. Se infatti da una parte ambientalisti e abitanti manifestavano la loro opposizione al progetto (si ricorda l’azione pacifica di Greenpeace dello scorso novembre in cui le barche degli attivisti sono state speronate dalla Marina militare spagnola, causando un ferito), dall’altra le parti interessate paventavano la possibilità di dare nuovo slancio economico alle isole e nuovi posti di lavoro, lì dove la disoccupazione arriva al 30%.

La posizione dei locali era però nettamente in disaccordo: in 200.000 hanno protestato contro la volontà di estrarre petrolio dentro e al largo delle isole: le autorità regionali che avevano promesso di indire un referendum, bloccato però dal governo nazionale appellatosi alla Corte Costituzionale spagnola.

Una vera e propria lotta per cercare disperatamente delle briciole, in barba al rischio di deturpare un paradiso naturale e un paesaggio che per le Canarie sono essenziali non solo da un punto di vista ambientale, ma anche perché attirano turisti da Gran Bretagna, Francia e un po’ da tutto il mondo.

Ora Greenpeace chiede che siano verificati gli impatti delle attività realizzate fino a questo punto. È stato prodotto infatti inquinamento acustico e chimico dovuto alle tecniche di prospezione geosismica durante le fasi di ricerca degli idrocarburi, che può aver causato danni alla fauna (sono 30 le specie di cetacei che vivono in queste zone).

Chi ha deciso di sfidare la natura e la volontà popolare dovrà prendersi le sue responsabilità e imparare la lezione.

Greenpeace si augura che possa servire anche all’Italia per capire che la soluzione dei nostri problemi energetici non può venire dallo sfruttamento di esigue risorse di scarsa qualità, in spregio alla volontà delle comunità coinvolte.

20 gennaio 2015
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