La sanatoria per le trivellazioni off shore nascosta nel decreto sviluppo non basta a Confindustria: il limite delle 12 miglia di distanza dalle coste va rimosso del tutto, altrimenti saltano tre miliardi di investimenti nelle estrazioni di petrolio e gas. La posizione di Confindustria è stata resa nota dal vicepresidente dell’associazione degli industriali, Aurelio Regina, che ha anche la delega allo sviluppo economico. Durante l’ultima assemblea dell’Unione Petrolifera, che si è svolta ieri, Regina ha affermato:

Serve correggere la fascia di divieto che libererebbe investimenti di 3 miliardi nei prossimi 5 anni.

La fascia di divieto a cui fa riferimento Regina è al momento in una sorta di limbo. Il cosiddetto “correttivo ambientale” introdotto da Stefania Prestigiacomo come risposta al rischio marea nera, da molti considerato insufficiente, prevede che non si possa trivellare a meno di 5 miglia marine dalla costa, 12 se la costa è protetta o in se in mezzo c’è un’Area Marina Protetta (AMP).

Questa differenza tra le distanze è stata eliminata da Corrado Passera nel decreto sviluppo, che istituisce una fascia unica di rispetto per tutti: 12 miglia. Allo stesso tempo, però, Passera ha letteralmente sanato la situazione di quanti avevano concessioni petrolifere in corso alla data di adozione del correttivo ambientale, permettendo loro di riaccendere la trivella anche sotto costa.

Ora Confindustria vorrebbe andare persino oltre, tornando alla situazione pre correttivo con la massima libertà di cercare ed estrarre petrolio e gas senza alcun limite di distanza dalla costa. Oltre ai mancati investimenti, Confindustria pensa al prezzo del petrolio che continua a salire. E di parecchio, come ha spiegato il presidente dell’Unione Petrolifera, Pasquale De Vita, durante il suo intervento:

Ci troviamo a fare i conti con una fattura energetica sempre più salata (nel 2011 circa 10 miliardi in più del 2010) che pesa per il 4,4% sul PIL, il doppio rispetto ai primi anni 2000. Anche la fattura petrolifera è destinata ad aumentare nonostante il calo dei consumi: nel 2012 dovrebbe attestarsi intorno ai 37 miliardi di euro, 2 miliardi in più del 2011.

Poi, incredibilmente, De Vita si scopre “teorico del picco” e afferma che il petrolio a buon prezzo ormai è finito e restano solo idrocarburi non convenzionali come lo shale oil, shale gas, le sabbie bituminose e altri composti costosi da estrarre e raffinare e con un forte impatto ambientale:

Gli Stati Uniti, infatti, si avviano verso l’autosufficienza energetica grazie allo “shale gas” e al “tight oil” e nel giro di 10 anni, insieme a Canada e Messico, potrebbero raddoppiare la loro produzione portandola fino a 26 milioni di barili/giorno (due volte e mezza quella dell’Arabia Saudita). Molte risorse sono state investite sui nuovi progetti, resi economicamente sostenibili dalle elevate quotazioni del petrolio.

I costi di estrazione variano infatti tra i 50 e i 70 dollari al barile, come nel caso delle sabbie bituminose canadesi o del “tight oil” che, tra l’altro, richiedono tecnologie con impatto ambientale non trascurabile. Sono necessari enormi investimenti per trovare valide alternative al petrolio OPEC. Nel 2011 gli investimenti in esplorazione e produzione sono ammontati ad oltre 540 miliardi di dollari (+15%) e quest’anno dovrebbero arrivare a 600 miliardi.

Oltre la metà dei nuovi pozzi è negli Stati Uniti e solo il 2,5% in Arabia Saudita, ma molti di questi sono off shore e in acque profonde. Sembra chiaro che non si può più parlare di “cheap oil”.

A fronte di questa situazione i petrolieri italiani chiedono al Governo una semplificazione delle procedure ambientali (VIA, IPPC, AIA) e delle operazioni di bonifica dei siti. Inoltre chiesti al governo sconti fiscali come l’abolizione della Robin Tax e incentivi allo sviluppo dei biocarburanti di seconda generazione, cioè quelli fatti più in raffineria che non in campo.

Leggendo le parole degli stessi petrolieri italiani, quindi, appare chiaro che il giocattolo si è rotto: la crescita economica basata su alti consumi di energia a basso prezzo non c’è più e non ci potrà essere più. A fronte di questa situazione, però, l’industria del petrolio e della raffinazione cerca di sopravvivere chiedendo sconti ambientali e fiscali. Forse è il caso di cambiare gioco e modello economico, invece di tentare di ripararlo in extremis.

19 giugno 2012
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I vostri commenti
Luigi, mercoledì 20 giugno 2012 alle9:20 ha scritto: rispondi »

mi vergogno di questa classe dirigente che predica il consumo di risorse a prescindere da ogni logica di sostenibilità! ... Confindustria dovrebbe predicare, piuttosto, ai sui associati di intervenire pesantemente sull'efficienza energetica dei propri impianti industriali. molti imprenditori non sanno nemmeno che basterebbero semplici interventi (che si ripagano, generalmente, in più o meno un anno) per abbattere la "bolletta energetica" di, minimo, un 20% dei loro consumi .... ma, naturalmente, meno consumi vuol dire anche meno guadagni per i petrolieri e meno tasse per lo stato .... a chi conviene?????

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