Gli stock ittici dei nostri mari sono in declino, a causa dell’inquinamento e della pesca illegale, come denunciato pochi giorni fa da Maria Damanaki, Commissaria europea alla pesca. Mentre l’Europa si adopera per approvare dei piani di pesca più sostenibili e porre fine al sovrasfruttamento del Mediterraneo, sulle nostre tavole approdano, da Paesi extra-UE, pesci pescati illegalmente. L’ultima segnalazione riguarda il pesce spada marocchino pescato con il metodo delle reti derivanti nello stretto di Gibilterra, esportato in Spagna e poi immesso sul mercato italiano.

A lanciare l’allarme, documentando gli illeciti perpetrati a Tangeri, è stata l’organizzazione ambientalista Oceana, da anni in prima fila nella tutela degli ecosistemi marini. L’appello dei volontari del mare è stato raccolto in Parlamento dal Movimento 5 Stelle, intenzionato a difendere il comparto ittico nazionale da una concorrenza sleale e insostenibile. La senatrice pentastellata Daniela Donno, membro della Commissione Agricoltura al Senato, ha infatti presentato un’interrogazione parlamentare ai Ministri Martina, Mogherini e Galletti. Come ha sottolineato nella sua esposizione l’onorevole Donno, l’arrivo sul mercato italiano di pesce spada a basso costo rappresenta un grosso problema per il comparto ittico nazionale:

Il costo del pesce spada pescato secondo le descritte e illegali modalità è nettamente inferiore al prezzo di vendita in Italia, con gravi ripercussioni per la rete di commercio nazionale.

In Marocco il primo prezzo di vendita del pesce spada è di 5 euro al chilo. In Italia arriva a sfiorare i 15 euro al chilo. Una differenza di prezzo che rende l’esportazione e la speculazione un affare d’oro per gli intermediari. La Donno ha chiesto al Governo Renzi interventi tempestivi per arginare i danni:

Chiediamo la promozione di un piano di azione che arresti l’importazione di pesce spada e di qualsiasi prodotto ittico pescato illegalmente, mediante il potenziamento di servizi di ispezioni a terra che verifichino le evidenze di pesca illegale. Non solo, chiediamo che, nei confronti dei territori esportatori coinvolti, cioè quelli che si avvalgono di strumenti illeciti, si adottino misure che ostacolino la relativa attività di pesca illegale. In questo senso, bisogna sostenere e incrementare la pesca locale, il commercio ittico interno e la piccola e media imprenditoria ittica italiana.

Le reti derivanti non sono soltanto una minaccia per l’economia, ma anche e soprattutto per l’ambiente e la fauna marina. Non a caso sono definite “muri della morte” e sono state vietate dall’ONU già nel 1992. Per catturare pesce spada e tonni, infatti, finiscono nelle reti anche tartarughe, cetacei, squali e decine di altre specie protette. Queste reti da pesca passive sono lunghe decine di chilometri e vengono utilizzate a profondità basse, rastrellando tutto quello che incontrano. Consumare pesce pescato con questa tecnica vuol dire macchiarsi della morte di decine di specie protette. Solo nel Mediterraneo ogni anno, a causa delle reti derivanti, trovano la morte 10 mila cetacei.

3 luglio 2014
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