Conosciuto come pesce siluro, e dal nome scientifico Silurus glanis, questo animale d’acqua dolce è parte integrante della famiglia dei Siluridae e all’ordine Siluriformes. La sua dimora originale risiede in Europa orientale con una certa diffusione anche in Austria, Germania, nella zona del nord Europa, fino a territori più caldi della Grecia e Turchia. L’introduzione di questo particolare pesce ha preso piede in moltissime altre nazioni europee, Italia compresa, diffondendosi in modo radicale. Il soggetto possiede un formato piuttosto consistente, può raggiungere facilmente i tre metri di lunghezza, ma anche i cinque metri in casi eccezionali. Dal corpo massiccio e ricoperto da muco protettivo, è senza scaglie e presenta una testa grande e schiacciata, mentre gli occhi sono piccoli rispetto alla mole.

La bocca è larga, con la mascella inferiore dal grande formato, mentre accanto ci sono tre paia di bargigli. Vicino a questi sono presenti due fori nasali, mentre il formato delle pinne varia in base alla zona del corpo. La colorazione del pesce siluro si modifica in base all’habitat di appartenenza: il dorso può risultare scuro e dalle tonalità violacee mentre i fianchi sono più chiari, quasi dorati. La parte del ventre è rossiccia e su tutta la superficie sono presenti delle macchie a reticolo scure.

Habitat e caratteristiche: dove in Italia?

Solito vivere in acque lacustri e dolci dal movimento lento, il pesce siluro si adatta perfettamente in ogni nuovo habitat, anche a temperature più basse e in zone poco ossigenate. Riesce ad abitare spazi inquinati e sporchi, perché ama muoversi in zone poco illuminate e prevalentemente sul fondale. La sua introduzione si è rivelata una problematica, perché l’animale è un predatore invasore, che ama nutrirsi di elementi sia animali che vegetali, non disdegnando pesci autoctoni, anfibi, uccelli acquatici, mammiferi roditori, crostacei decapodi, anellidi e larve d’insetti. Non solo, perché è in grado di ingurgitare anche carcasse di animali morti e, secondo alcune leggende, sarebbero stati riscontrati attacchi lungo il Danubio a cani e nutrie. Ma in quanto predatore, è sempre stata sottolineata una certa aggressività in concomitanza del periodo riproduttivo.

In Italia è stato introdotto nel 1957 diffondendosi nella zona dell’Arno, non possiede un grande valore commerciale, anche se trova spazio nei ristoranti lungo il delta del Po e dell’Emilia Romagna. In realtà, la sua carne senza spine è grassa, simile a quella del pesce gatto e dell’anguilla. All’estero viene acquistato con più frequenza e la sua carne salata ed essiccata, mentre le uova vendute come caviale di storione. L’interesse nei suoi confronti è rivolto solo da chi pratica la pesca sportiva. Esiste, però, un divieto di reimmissione in acqua dopo la cattura, perché la sua presenza diffusa e invasiva è letale per le specie locali.

15 agosto 2016
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