Tutelare le aree marine è fondamentale per risollevare il mercato della pesca italiano. A sostenerlo è Slow Food, associazione in prima linea nella difesa della biodiversità alimentare. Secondo i dati citati da Slow Food, le aree marine protette producono 5 volte più pescato rispetto alle aree di pesca non sottoposte a vincoli di tutela ambientale.

Ad aumentare non sarebbe, secondo Slow Food, soltanto la quantità di pesce, ma anche la qualità e la varietà degli stock ittici. Nel corso di Slow Fish, manifestazione per la pesca sostenibile svoltasi a Genova nei giorni scorsi, l’associazione ha sottolineato che le aree marine protette non rappresentano un costo per la collettività bensì un valore aggiunto.

A sostegno di queste affermazioni arrivano i dati del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, di Unioncamere e del progetto FishMPABlue promosso da Federparchi. Malgrado tra il 2011 e il 2013 il Governo abbia tagliato i finanziamenti pubblici, le aree marine protette hanno perso solo lo 0,6% del valore aggiunto prodotto, a fronte del -1,8% registrato nelle altre aree.

Oggi ben il 29% delle 180 mila imprese che sfruttano il mare e le sue risorse si trovano in aree marine protette. L’incidenza sull’economia italiana è pari all’8%. In alcuni casi, come nell’Area Marina Protetta delle Isole Tremiti, ben il 60% delle imprese è legato alla gestione sostenibile del mare.

Per Slow Food queste cifre devono spingere a sostenere ulteriormente i parchi e le oasi naturali, coinvolgendo nella gestione del mare i pescatori artigianali, le amministrazioni locali e le comunità costiere. Slow Food ha invocato un maggiore rispetto per le risorse marine, volto a combattere un sovrasfruttamento degli stock ittici tanto sterile quanto pericoloso:

Esiste un limite portante, oltre il quale la produzione non solo non crea più ricchezza, ma danni spesso irreversibili.

Lo confermano i numerosi pescatori artigianali e biologi consultati da Slow Food. Concordi nel dire che l’acqua va trattata come una risorsa comune, da tutelare grazie alla collaborazione tra governi, imprese e comunità costiere e non come un bene privato da svendere al miglior offerente o peggio a quello più forte e furbo.

18 maggio 2015
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I vostri commenti
Silvano Ghezzo, mercoledì 20 maggio 2015 alle17:45 ha scritto: rispondi »

Bella scoperta dell'acqua calda, da "misero mortale" c'ero arrivato anch'io , complimenti ai "geniacci" ricercatori . Ma quanto dureranno queste oasi ittiche prima di essere depredate dai "bracconieri della pesca" ansiosi di guadagnare sfruttando la richiesta di pesce, sempre maggiore a livello mondiale ?

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