Nuova iniziativa di Greenpeace contro la pesca insostenibile. Nel mirino in questo caso è finita Mareblu, oggetto di una serie di immagini e animazioni grafiche che l’associazione ambientalista ha proitettato su alcuni degli edifici e dei luoghi simbolo di Milano come il Castello Sforzesco e Piazzale Loreto.

Un’azione quella di Greenpeace maturata alla luce delle attività di pesca distruttiva messe in atto da Mareblu, come denuncia la stessa associazione ambientalista. Cattura di “baby-tonni” e di altri animali marini come tartarughe e squali, un esempio di pratiche insostenibili che mettono a rischio gli abitanti del mare. Proprio per questo nel corso dell’animazione grafica dal loro della compagnia, tra i maggiori produttori di tonno in scatola, rivoli di sangue scendono fino a “tingere” il mare di rosso.

Pratiche distruttive che hanno visto Mareblu scendere nella classifica “Rompiscatole“, redatta da Greenpeace per indicare la sostenibilità delle produzioni di tonno in scatola, fino alla zona rossa (la peggiore in assoluto). A influire anche l’utilizzo prevalente di “tonno pinna gialla” dell’Oceano Indiano pescato con FAD (sistemi di aggregazione per pesci).

Eppure la stessa Mareblu si era impegnata circa due anni fa con Greenpeace dichiarando l’intenzione di portare in breve tempo la propria produzione al 100% di sostenibilità. Promesse non mantenute secondo l’associazione ambientalista. Come sottolinea Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia:

Due anni fa Mareblu si era impegnato per una pesca 100 per cento sostenibile, ma ad oggi solo nello 0,2 per cento dei suoi prodotti è presente tonno pescato con metodi selettivi come la pesca a canna. Questa condotta irresponsabile sta svuotando il mare: è ora che i consumatori sappiano che dietro il logo di Mareblu si nascondono solo false promesse e pratiche di pesca distruttive.

Mareblu risulta inoltre di proprietà della Thai Union, a sua volta oggetto di indagine per violazione dei diritti dei lavoratori. Scandali che devono portare all’azione i vertici delle compagnie, come conclude Monti:

Quanti altri scandali dovranno essere denunciati prima che Mareblu e la sua casa madre Thai Union decidano davvero di cambiare? Il colosso tailandese è direttamente responsabile della distruzione dei nostri mari e della sofferenza di migliaia di lavoratori. Ha il potere e il dovere di trasformare l’industria ittica.

È ora di eliminare i metodi di pesca più dannosi e assicurare il rispetto dei diritti dei lavoratori. Solo così potremo garantire un futuro ai nostri mari e alle migliaia di persone che da essi dipendono.

15 dicembre 2015
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