L’allarme MERS, la Sindrome Respiratoria Mediorientale da Coronavirus per certi versi simile alla SARS, continua a destare preoccupazione nel Medio Oriente. La patologia, esplosa nel 2012 in Arabia Saudita e letale nel 30% dei casi, ha già mietuto 200 vittime dalla sua prima apparizione. E negli ultimi giorni torna sulle prime pagine della cronaca, con la conferma di nuovi casi in Iran e la paura della diffusione nelle zone limitrofe. Il contenimento dei contagi ha visto schierarsi in prima linea scienziati da tutto il mondo, i quali oggi si domandano quale sia il ruolo degli animali – compresi cani e gatti – nell’infezione.

Al momento si è ipotizzato che il virus responsabile della sindrome – caratterizzata per febbre elevata, tosse persistente, dolori muscolari e gravissima difficoltà respiratoria – veda nei cammelli il bacino naturale, un fatto che spiegherebbe perché l’infezione sia limitata ai paesi mediorientali. Con l’aumentare dei casi, però, si vuole indagare se anche altri animali, in particolare quelli domestici, possano costituire un veicolo di contagio. Di conseguenza, si sta valutando la possibilità di testare cani e gatti locali per verificare siano portatori, o meno, del terribile coronavirus.

Thomas Briese, ricercatore all’Università Columbia negli Stati Uniti, ha recentemente pubblicato uno studio dove viene ampiamente dimostrata la correlazione tra cammelli e contagio da MERS. Il rilevamento di alcuni pazienti che mai hanno avuto delle interazioni con questi animali, però, ha sollevato il dubbio possano essere molte di più le specie coinvolte. Sono stati quindi condotti dei test estensivi su capre e pecore, molto diffuse nelle aree colpite dalla MERS, ma nessun anticorpo indicativo del virus ne ha confermato l’esposizione. E il timore è allora che l’agente si possa annidare in cani e gatti, i due esemplari che da secoli vivono a più stretto contatto con l’uomo.

Gli altri animali che stiamo cercando di controllare sono i cani e i gatti, con cui si verifica un contatto più intimo, e qualsiasi altra specie animale da cui potremo prelevarne il siero.

Oltre a cani e felini, nel mirino dei ricercatori anche i ratti, già noti per la loro capacità di diffondere virus a causa della loro dislocazione pressoché ubiquitaria, dalle campagne ai centri urbani. Identificare quale sia la specie davvero responsabile dell’esposizione è di fondamentale importanza, perché permetterà di mettere in atto delle misure di contenimento, dalla quarantena a nuove categorie farmacologiche. Inoltre, più si amplia la conoscenza su questi animali, maggiori saranno le possibilità di sviluppare in futuro un efficace vaccino: una protezione immunitaria, spiegano gli scienziati, che verrà utilizzata direttamente sulle specie vettore e non sull’uomo. Ricordando come la patologia non sia attualmente presente in Europa, gli esperti sottolineano come non vi debba essere spazio per gli inutili allarmismi: non vi sono indicazioni che potrebbero spingere i proprietari a desistere dalle normali interazioni con Fufy e Fido.

28 maggio 2014
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