LAV (Lega Anti Vivisezione) ha scelto la Settimana delle Moda di Milano per presentare i risultati ottenuti con lo studio “The environmental impact of the fur production” condotto da Ce Delft, secondo cui il commercio di pellicce animali grava non solo sul discutibile sfruttamento delle specie coinvolte, ma anche sulla salute dell’ambiente.

Al contrario di altri prodotti tessili come cotone, poliestere e lana, considerato anche l’impatto della fase di concia del materiale e l’impiego di sostanze tossiche, allevare animali da destinare al mercato dell’abbigliamento comporta un peso tutt’altro che irrilevante per il pianeta. Nel caso del visone, ad esempio, per produrre 1 Kg di pelliccia sono necessari 11,4 Kg di pelli, ovvero l’equivalente di quanto fornito (loro malgrado) da circa una dozzina di animali. Tenendo poi conto della quantità di cibo ingerita da questa specie nel corso della sua permanenza negli allevamenti, stimata in una media di 50 Kg, si ottiene un totale di 563 Kg di cibo per ogni Kg di pelliccia.

Per la sua ricerca Ce Delft ha preso in analisi 18 effetti ambientali misurabili, riscontrando per ben 17 volte un impatto maggiore nel caso delle pellicce animali. Solamente valutando il consumo dell’acqua, i capi in cotone sono risultati meno eco-friendly. A conti fatti, la produzione di 1 Kg di pelliccia di visone ha un impatto 4,7 volte più gravoso rispetto a quello necessario per dar vita a 1 Kg di lana, dovuto anche all’emissione delle sostanze contenute nelle deiezioni degli animali.

L’alternativa è rappresentata dunque dai capi sintetici, costituiti solitamente da circa il 70% di fibre acriliche e da cotone (o altri tessuti) per la parte rimanente. Secondo Simone Pavesi, responsabile nazionale LAV, la vetrina milanese e lo studio presentato devono portare a una presa di coscienza sia da parte di chi opera nel settore dell’abbigliamento che dei consumatori.

24 febbraio 2011
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