La salvaguardia delle specie animali a rischio potrebbe passare anche dalle moderne tecnologie di fecondazione e clonazione. È quel che sostiene Ian Wilmut, il padre della famosa pecora Dolly, il primo animale clonato nella storia dell’uomo. Il ricercatore ha proposto la creazione di una grande banca del materiale genetico delle specie a rischio per permettere, in un futuro non troppo lontano, di intervenire scientificamente per ripopolarne le fila.

Una banca per preservare sperma, ovuli e altro materiale genetico utile alla salvaguardia di specie altamente a rischio d’estinzione. È questo il proposito dell padre della pecora Dolly, il quale vorrebbe costruire il corrispettivo dello Svalbard Global Seed Vault, l’archivio delle specie vegetali conservate nell’Artico, anche per il regno animale. Il tutto è stato annunciato in occasione dei vent’anni dalla nascita della prima pecora clonata, avvenuta il 5 luglio del 1996.

Il minimo che possiamo fare è preservare i tessuti di questi animali, in modo che possano crescere di nuovo.

L’idea è quella di realizzare una vera e propria biobanca internazionale, che conservi nel tempo il materiale genetico di specie come tigri, elefanti e rinoceronti, affinché possano essere utilizzati in futuro per l’impianto in specie simili, prevenendone così l’estinzione. Molto deve essere ancora fatto, però, sul fronte scientifico e tecnologico, poiché non sempre l’impianto è operazione semplice: è il caso, ad esempio, dei rinoceronti bianchi settentrionali, dove le speranze di una fecondazione in vitro si starebbero affievolendo.

In futuro, secondo lo scienziato, le tecniche potrebbero tuttavia poter essere così avanzate da poter analizzare nel profondo il genoma di specie simili già esistenti, per manipolarne i cambiamenti e ricreare famiglie di animali ormai scomparse. La strada è ancora molto lunga, ma Wilmut si dimostra comunque molto fiducioso. Quando 20 anni fa la pecora Dolly è stata clonata, ben 250 embrioni non sono sopravvissuti al percorso di clonazione. Oggi, invece, le tecniche si sarebbero affinate per rendere il processo non solo meno dispendioso, ma anche più rapido e con minori perdite. E se dovessero giungere sufficienti successi sul mondo animale, alcune delle tecniche potrebbero essere anche estese all’uomo, mantenendo però dei rigidissimi principi etici. Secondo Wilmut, infatti, nessun uomo dovrebbe essere clonato, ma procedure avanzate di manipolazione del genoma potrebbero, nei prossimi decenni, essere la chiave per eliminare patologie anche gravi di origine genetica.

5 luglio 2016
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