Nel rapporto del Pacific Institute della California, fresco di stampa, “The World’s Water 2008-2009″, si prospetta la possibilità che il mondo stia andando incontro al rischio di un “peak water“.

Facendo un paragone con il concetto di picco petrolifero, che si fa risalire al geologo M. King Hubbert, Peter H. Gleick, presidente dell’istituto, rilancia con forza nel dibattito pubblico l’idea che l’umanità si trovi a dover affrontare una condizione inedita e problematica rispetto alla risorsa acqua.

Già oggi miliardi di persone non hanno accesso ai servizi idrici di base. Circa un terzo della popolazione mondiale vive infatti in paesi colpiti da stress idrico, definito dall’Onu come il consumo di acqua che eccede il 10% delle risorse idriche rinnovabili.

Entro il 2020 si prevede un aumento del 40% della quantità di acqua utilizzata e, secondo una stima Unep, due persone su tre della popolazione mondiale potrebbero dover fronteggiare una situazione di stress idrico in un non lontano futuro.

Il fatto fondamentale, argomenta la ricerca statunitense, è che gli uomini usano più acqua di quanto l’ecosistema può sostenere senza che vi sia deterioramento e degrado della risorsa.

La tesi è che, in corrispondenza di un aumento dell’impiego umano di acqua, si determina una diminuzione dei servizi ecologici che la risorsa idrica è in grado di fornire. In questo senso, la categoria interpretativa più appropriata è quella di peak ecological water, che rappresenterebbe il punto in cui si verifica il massimo beneficio per la società umana e l’ecosistema.

Per ovviare a limiti naturali e ai difetti dello sfruttamento umano dell’acqua il punto di vista del Pacific Institute propone un approccio “soft path” che implica considerare la soddisfazione dei bisogni primari dell’uomo senza ledere le ragioni della natura.

28 gennaio 2009
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