Gli Stati Uniti hanno confermato la proposta di imporre delle tasse all’importazione di pannelli solari cinesi. La decisione proviene dall’U.S. Commerce Department, deciso a impedire pratiche di dumping sul prezzo, con i produttori asiatici che propongono le loro soluzioni fotovoltaiche a prezzi inferiori a quelli di mercato così da imporsi nel commercio oltreoceano.

I dazi all’importazione avranno cifre ingenti, si parla dal 31 al 250 percento a seconda del produttore, e faranno salire il prezzo attuale di 1 dollaro per 1 watt di circa 30 centesimi. Si dice si tratti di un atto dovuto per garantire la sopravvivenza dei produttori autoctoni, impossibilitati alla competizione di settore di fronte a proposte sottocosto.

Per Trina si avrà un rincaro del 31.14%, Suntech si innalza del 31.22% e un 31.18% è previsto per tutte le altre aziende cinesi che hanno collaborato alle indagini preliminari dell’U.S. Commerce Department. Le società che, invece, non hanno deciso di collaborare, si vedranno sottoposte all’incredibile rincaro del 249,96%, un vero schiaffo a tutte le pratiche più evidenti di dumping. Non si tratta, tuttavia, di balzelli definitivi, così come ha sottolineato la Solar Energy Industries Association. L’organizzazione ha invitato il governo statunitense e quello cinese a nuove negoziazioni, per impedire che i rincari vadano tutti a detrimento dei consumatori, ovviamente innocenti ed estranei a pratiche di prezzo – forse un vero e proprio cartello – scorrette. In particolare, l’associazione ricorda come un mercato così gettonato come quello del solare non possa essere regolamentato solamente da tasse e dazi, bensì dalla negoziazione e dalla collaborazione, pena una cannibalizzazione del mercato da parte di produttori avidi di guadagni, il tutto a discapito di clienti e progresso.

Si prevede, in effetti, un boom dell’energia solare sia industriale che domestica nei prossimi anni, considerato come negli Stati Uniti nel 2011 il suo ricorso sia salito del 109%. Si tratta di una crescita record che fa gola a tutti gli investitori che, senza rigidi controlli e regole ben stabilite, rischiano non solo di puntare al ribasso come successo al comparto cinese, ma anche di rilanciare con prezzi spropositati per approfittare dell’ingenuità del consumatore.

20 maggio 2012
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