Gli orsi polari, o orsi bianchi, animano gli spazi del Polo Nord in prossimità del Mare Glaciale Artico: sono considerati i carnivori della terraferma più grandi di cui si conosca l’esistenza. In un maschio adulto il peso può variare dai 350 ai 700 chilogrammi, mentre la pelliccia bianca consente a questi animali di mimetizzarsi perfettamente tra i ghiacci. Possiedono uno strato consistente di grasso corporeo che permette loro di isolarsi dal freddo. Ma questa condizione è facilmente raggiungibile grazie a un’alimentazione altamente proteica, a discapito di foche e trichechi ma anche pesci, molluschi, granchi fino a volpi polari e uccelli.

Il surriscaldamento globale, la presenza negativa dell’uomo anche nelle zone artiche, l’impatto ambientale dato da sostanze chimiche, trivellazioni alla ricerca di petrolio e prodotti inquinanti, sta incidendo negativamente sulla sopravvivenza di questo animale. Lo scioglimento dei ghiacci che comporta spazi più residui e limitati fino agli spostamenti di massa sulla terra ferma, ha comportato una minore disponibilità alimentare aggravata anche dalla migrazione di molte specie ittiche. A questo da tempo si è aggiunta la presenza dei policlorobifenili, inquinanti vietati in Italia dal 1983 ma che galleggiano ancora nelle acque dell’artico. La loro ingestione renderebbe più fragili le ossa dell’orso polare

, in particolare quella presente nel pene rendendo la riproduzione difficoltosa.

Inquinamento e riproduzione

Nell’immaginario collettivo, l’orso polare rimanda alla figura del piccolo Knut, abbandonato dalla madre ma cresciuto grazie alle amorevoli cure di un membro dello staff di uno zoo a Berlino. Ma anche alla figura di questi grossi animali imprigionati su piccoli frammenti di ghiacci in scioglimento costante, prossimi all’estinzione definitiva. La loro riproduzione è già complessa, favorisce la nascita di solo due piccoli che vengono seguiti e curati dalla madre per circa due anni e mezzo, prima di diventare autonomi. La lotta per la sopravvivenza e l’accoppiamento ora prevede la presenza di agenti inquinanti come i policlorobifenili, o PCB, che se ingeriti sono in grado di addensarsi nel grasso corporeo provocando danni seri e gravi patologie.

Secondo uno studio apparso sulla rivista Environmental Research, il PCB danneggerebbe il baculum, cioè l’osso contenuto nel pene dell’orso polare, ma presente anche nei cani, gatti, pipistrelli, gorilla e ricci. La sostanza tossica ingerita dai pesci in quantitativi ridottissimi arriverebbe fino all’orso tramite il percorso imposto dalla catena alimentare. I pesci diverrebbero cibo delle foche, quindi queste degli orsi, il quantitativo minimo iniziale si amplierebbe in base al numero di pesci ingurgitati dalle foche, quindi di conseguenza dagli orsi. La biomagnificazione sarebbe quindi l’accumulo in dosi massicce di PCB nel corpo degli animali interessati, con un’azione a lungo termine sulla mineralizzazione del baculum. Maggiore sarà la concentrazione di policlorobifenili minore risulterà la densità di minerali presente nel baculum, ma anche nelle ossa dello scheletro portando l’animale verso la rottura delle stesse. Secondo Andrew Derocher, professore di scienze biologiche presso l’Università di Alberta e consulente scientifico di Polar Bears International:

Provare una chiara connessione con le sostanze inquinanti è difficile; questo studio mostra un collegamento suggestivo, ma è tutt’altro che definitivo […] Questo studio ci avverte che dovremmo studiare il fenomeno dell’inquinamento molto più da vicino.

Secondo alcune ricerche la presenza di agenti inquinanti nel corpo degli orsi risulterebbe elevata, tanto da aver invaso fegato, sangue, muscoli e cervello. Carbossilati e solfonati perfluoroalchilici causerebbero problemi riproduttivi e di sviluppo, oltre a una diminuzione della densità del cranio. Christian Sonne<, biologo presso l'Università di Aarhus in Danimarca e autore principale dello studio sugli orsi avrebbe dichiarato:

Non abbiamo mai avuto la possibilità di studiare agli orsi polari davvero malati, quelli che affogano o vengono mangiati da un tricheco o dai propri simili. Il problema potrebbe essere molto più ampio di ciò che pensiamo.

16 febbraio 2015
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