Gli orsi polari potrebbero faticare ad adattarsi alle modifiche del clima nell’Artico. È quanto si deduce da un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Science e condotto dall’Università del Wyoming: all’aumento delle temperature, i giganti polari non riuscirebbero ad adattare il loro metabolismo alla scarsità di cibo.

Gli orsi polari si nutrono principalmente di prede cacciate sui ghiacci, tra cui foche e pesci. Il periodo della caccia vede il suo picco durante le stagioni di maggior freddo, quando le prede raggiungibili sono più abbondanti, mentre all’aumento delle temperature diminuisce la disponibilità di cibo dato lo scioglimento dei ghiacci. Fino a oggi, alcuni studi avevano ipotizzato gli orsi potessero entrare in estate in una sorta di “letargo ambulante”, ovvero una riduzione naturale del metabolismo per far fronte alla scarsità di alimenti. La nuova ricerca, tuttavia, evidenzia come non vi siano cambiamenti sostanziali nel comportamento e nel metabolismo di questi esemplari al cambio delle temperature, un fatto che aumenta le preoccupazioni per la loro sopravvivenza.

I ricercatori hanno monitorato le abitudini degli orsi polari del mare di Beaufort in Alaska, con collari satellitari e altri dispositivi di tracking comprensivi dell’analisi di alcuni dati biologici. Dal monitoraggio dei plantigradi è emerso come in estate non vi sia una riduzione del metabolismo, bensì un’attesa estenuante e una ricerca continua del cibo. Così ha spiegato John Whiteman, autore principale dello studio per l’Università del Wyoming:

Il loro metabolismo è molto simile a quello tipico dei mammiferi in condizioni di cibo limitato, anziché a quello di un orso in letargo.

Sorge quindi la preoccupazione che, con l’aumento delle temperature attese per l’Artico nei prossimi decenni, gli orsi possano semplicemente morire per mancanza di cibo. Va però sottolineato come i ricercatori abbiano comunque rilevato una forma di adattamento elementare, quale un’inedita capacità di permettere alle aree più esterne del corpo di raffreddarsi velocemente, per proteggere gli organi interni. Allo stesso modo, è emerso come gli esemplari siano in grado di sopravvivere a lungo anche in acqua: è il caso di una femmina, rimasta per ben 9 giorni nell’oceano, sebbene alla riemersione abbia mostrato una riduzione del 22% della sua massa muscolare. Secondo gli studiosi, tuttavia, queste strategie non sarebbero sufficienti ad assicurarne la sopravvivenza:

Abbiamo scoperto quello che appare come un affascinante adattamento al nuoto nelle fredde acque artiche, ma non credo possa giocare un grande ruolo nel determinare il loro destino quanto la perdita delle opportunità di caccia.

Lo studio permetterà ora di ripensare i progetti di conservazione della specie a rischio, anche in relazione ai cambiamenti climatici.

17 luglio 2015
Fonte:
BBC
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