La vicenda di un’orca statunitense ha catalizzato le attenzioni dei media internazionali, sollevando anche alcune polemiche da parte dell’universo animalista. Il tutto accade a San Diego, presso il parco acquatico SeaWorld, dove negli ultimi giorni l’orca Kasatka è stata soppressa a seguito di una violenta infezione batterica. Di recente, alcune immagini apparse sui social network avevano mostrato l’animale afflitto da grandi chiazze sulla pelle, alcune delle quali apparentemente sanguinanti.

La struttura ha deciso di porre fine alle sofferenze del cetaceo la scorsa settimana, al seguito del peggioramento delle sue condizioni di salute. L’animale, impiegato per l’intrattenimento degli spettatori del parco, pare da tempo soffrisse di un’infezione batterica ai polmoni, poi estesa ad altre parti del corpo. Nonostante i veterinari abbiano cercato di trovare una soluzione alla problematica, tra cui uno speciale inalatore per permettere la corretta somministrazione di farmaci, per Kasatka non vi è stato nulla da fare. L’eutanasia è quindi sembrata l’unica risposta possibile e l’animale è deceduto “circondando dai membri del suo branco, dai veterinari e dallo staff che le ha voluto bene”.

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Di circa 42 anni d’età – la vita media di un’orca è di circa 50 anni – il cetaceo è stato catturato a largo dell’Islanda nel 1978, per poi essere trasferito nella struttura. La morte avviene a pochi mesi di distanza da quella di Kyara, un’orca di soli tre mesi di vita e nata in cattività, deceduta sempre a seguito di problemi di tipo respiratorio.

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Sebbene SeaWorld abbia deciso di terminare gli spettacoli con cetacei entro il 2019, ospitando in tutti gli Stati Uniti oggi 21 esemplari, la notizia ha comunque sollevato le proteste da parte dell’universo animalista. Diverse associazioni, ad esempio, hanno ricordato come l’allevamento in cattività sia particolarmente frustante per questi animali, costretti per decenni in vasche dalle dimensioni abbastanza ridotte, nonché privati di sufficienti forme di socializzazione e caccia così come potrebbero approfittare in mare aperto. Nel 2012, PETA aveva cercato una soluzione legale per il destino delle orche ospitate dei parchi marini.

21 agosto 2017
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