Ricorderanno in molti la triste vicenda di Dawn Brancheau, l’addestratrice marina del SeaWorld di Orlando uccisa tre anni fa dall’attacco di una furiosa orca. La donna è stata trascinata sott’acqua dal cetaceo durante una performance e trattenuta con violenza finché non è sopraggiunta la morte. Un nuovo documentario ne racconta la storia e ne ipotizza le motivazioni: l’orca sarebbe diventata assassina perché stanca della sua prigionia.

>>Scopri la balena che parla come un uomo

Blackfish, una pellicola presentata al Sundance Film Festival lo scorso febbraio, si focalizza sulle condizioni di vita dei grandi mammiferi marini costretti in cattività presso grandi acquari o in parchi per l’intrattenimento del pubblico. Nel caso di Tilikum, la grande orca colpevole di omicidio, pare che il cetaceo abbia trascorso una vita di privazioni che ne ha via via determinato la perdita del controllo.

Da quanto emerge dal documentario, l’orca è stata strappata alla sua famiglia al largo dell’Islanda nel 1983 e rinchiusa in parchi di divertimento, prima in Canada e poi al SeaWorld di Orlando. Presa di mira dalle altre balene presenti, forse perché di differente specie, al di fuori delle esibizioni sembra che l’animale venisse custodito in una piccola vasca poco più grande del suo corpo, al buio per più di 14 ore al giorno. L’orca, così traumatizzata, si sarebbe allora vendicata con la sua trainer, forse stanca di eseguire esercizi a comando e disturbata dalle urla festanti del pubblico. Nonostante la tragedia, Tilikum non è mai stata liberata nel suo habitat naturale e nemmeno è stata consegnata a rifugi e acquari dove continuare un’esistenza vagamente serena. Ma l’elemento davvero scioccante di questa vicenda è scoprire come la Brancheau sia solo l’ultima delle vittime dell’orca, responsabile della morte di due altri uomini nel 1991 e nel 1999.

>>Leggi della rinuncia di Gardaland agli spettacoli con i delfini

Gabriela Cowperthwaite, la regista del film, ha voluto vederci chiaro sulla vita dei grandi cetacei marini chiusi in cattività, spinta da cattive sensazioni durante le visite al SeaWorld con la sua famiglia. Così spiega:

Lo Shamu Stadium mi è sempre sembrato vistoso e inquietante, ma ho seguito la massa. Vedevo centinaia di persone ridere e divertirsi e pensavo: “Può essere sbagliato qualcosa che rende felice così tanta gente?”. Dopo l’incidente, mi sono convinta di doverci vedere chiaro.

16 aprile 2013
In questa pagina si parla di:
Fonte:
Lascia un commento