La Taggiasca è una varietà di oliva originaria del Ponente Ligure usata per fare l’olio extravergine DOP, ma anche come aperitivo da mangiare al naturale. È un prodotto unico nel suo genere, legato a doppio filo con il territorio della Liguria e, ovviamente, anche con la città di Arma di Taggia, ma oggi è a rischio a causa della burocrazia e delle nuove norme internazionali del mercato.

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Il problema sta nel nome che, secondo le regole della Comunità Europea, il termine Taggiasca è troppo legato a una precisa area geografica ed è quindi impossibile blindare questa varietà con la DOP.

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Il rischio che si corre, come era già successo con il “Prosecco”, è quindi quello di “globalizzare” l’oliva taggiasca e farle perdere questa sua caratterizzazione così locale. Secondo quanto spiegato da Franco Boeri (ROI) all’estero tutti conoscono la Taggiasca, ma non la Liguria o Taggia. Ora che l’ulivo è coltivato anche in Spagna o Australia se si permette anche i produttori stranieri di chiamarla “Taggiasca” nessuno saprà più la differenza.

Attualmente inoltre, sempre secondo quanto dichiara Boeri, sul mercato ci sono già delle olive a prezzi stracciati ed è impossibile che siano le originali Taggiasche della Provincia di Imperia. Permettere quindi di globalizzare il nome “Taggiasca” significherebbe per la Liguria uccidere una fetta di mercato locale fondamentale.

L’unica soluzione plausibile sembra quindi quella di cambiare il nome alla Taggiasca e tornare a chiamarla, come era in origine “Giuggiolina” e far così approvare la DOP “Taggiasca” per le olive in salamoia. Questa idea non è assolutamente ben vista o apprezzata dai liguri, ma a oggi sembra l’unica soluzione possibile. L’alternativa, più complicata, è quella di tutelare le olive taggiasche con un Presidio Slow Food che, se approvasse la proposta, permetterebbe una sorta di “salvataggio in corner”.

27 febbraio 2017
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