Dopo aver parlato dei possibili rischi per la salute derivanti dal ricorso all’olio di palma, un ingrediente largamente utilizzato nell’industria alimentare per i suoi costi contenuti, la disanima procede con i danni all’ambiente che la sua produzione procura. La grandissima richiesta del mercato, infatti, sta depauperando i territori con le monoculture e la deforestazione: un grande impatto per gli ecosistemi locali e la capacità di autogenerazione delle risorse del Pianeta.

Già da tempo le associazioni internazionali per la difesa dell’ambiente han messo in guardia i consumatori sui pericoli ecologici dall’impiego diffuso dell’olio di palma, con il WWF in prima linea nel tentare di sensibilizzare i consumatori verso scelte più etiche. Di seguito, il costo verde del fabbisogno mondiale del prodotto.

Deforestazione

Deforestazione Asia

Illegal Logging In Tropical Asia via Shutterstock

La produzione dell’olio di palma è largamente connessa con il rischio di deforestazione, soprattutto nelle aree tropicali del Pianeta. Le foreste, infatti, vengono rase al suolo per essere sostituire in monoculture, depauperando così le risorse della terra e riducendo la produzione di ossigeno, essenziale per combattere le emissioni di CO2. Il WWF, in particolare, sottolinea come l’olio di palma stia portando a veri e propri disastri ambientali in Indonesia e Malesia – due dei principali produttori mondiali – perché l’abbattimento delle foreste porta non solo alla perdita di numerose specie vegetali uniche sul globo, ma anche alla distruzione dell’habitat naturale di specie animali rare. In due studi condotti dall’Università di Princeton e dal Swiss Federal Institute of Technology tra il 1990 e il 2005, è emerso come il 55-60% dell’espansione dell’olio di palma in Malesia e in Indonesia sia avvenuto a discapito di foreste vergini. Nel 2007 l’United Nations Environment Programme (UNEP) ha decretato l’alimento come la causa principale di distruzione delle foreste fluviali in queste due nazioni.

Animali e biodiversità

Direttamente connessa alla deforestazione è la distruzione degli habitat naturali delle specie animali esotiche. Non solo: per recuperare terreno utile alla piantagione, le specie selvagge stesse vengono cacciate e uccise dalle popolazioni locali, in un conflitto ormai perenne tra uomo e animali: tigri, scimmie, oranghi, elefanti sono costretti – quando non uccisi – a sopravvivere in piccole aree non più idonee alle loro esigenze. Gli studi World Agriculture & Environment condotti tra il 1998 e il 2008 dimostrano come normalmente nelle foreste della Malesia si trovino oltre 80 specie di mammiferi, ma dove la produzione di olio di palma è estensiva il numero si riduce solamente a 30. L’intera biodiversità è poi sotto scacco, perché la catena alimentare viene alterata: vengono a mancare i vegetali di cui insetti e roditori si nutrono, i piccoli mammiferi non hanno più prede, gli uccelli emigrano per mancanza di fiori e piante idonee alla loro sussistenza, i grandi predatori scompaiono per mancanza di selvaggina. Inoltre, l’uso indiscriminato di diserbanti e antiparassitari intossicano i topi, che a loro volta trasmettono le sostanze tossiche all’intera catena.

Erosione del suolo

L’abbattimento delle foreste naturali porta a fenomeni di erosione del suolo, non più capace di contenere pioggia e acque di scolo. Per massimizzare la produzione di olio di palma, inoltre, gli alberi vengono piantati in file molto concentrate, anziché attorno al profilo naturale di colline e altipiani. Questo altera il ciclo di smaltimento delle acque e aumenta il rischio che le zone in oggetto – Indonesia e Malesia in particolare, ma anche Uganda e Costa D’Avorio – siano affette da alluvioni di grande intensità.

Inquinamento atmosferico

Incendio in Malesia

Fuoco ed opacità della foresta nella città via Shutterstock

Per velocizzare l’eliminazione delle foreste naturali, non di rado capita che le popolazioni locali incendino gli alberi per far velocemente spazio a terreni coltivabili. La pratica immette in atmosfera quantità inimmaginabili di anidride carbonica e altri prodotti da combustione – quali il monossido di carbonio – e da anni è ormai frequente il fenomeno della cosiddetta “haze”, una fitta foschia dovuta ai fumi degli incendi. L’effetto collaterale è così grave che nel 1997 e nel 2002 alcuni aeroporti, come quello di Singapore, han dovuto sospendere i voli per mancanza di visibilità.

Inquinamento delle falde acquifere

Per ogni tonnellata di olio di palma prodotto, 2,5 tonnellate di fluidi di scarico vengono generati. Questi fluidi – che comprendono sostanze chimiche come diserbanti ma anche prodotti di raffinazione dell’olio – vengono direttamente gettati nei corsi d’acqua naturali, inquinando così le fonti d’approvvigionamento per piante, animali e persone. La richiesta biochimica di ossigeno – ovvero la quantità di ossigeno richiesta ai microrganismi aerobi per decomporre le sostanze organiche disciolte in acqua in 5 giorni – è negli scarichi di olio di palma pari a 25.000 parti per milione. La legge malese impone un livello inferiore 100 parti affinché si possano scaricare i fluidi nei corsi naturali, norme che non vengono ovviamente rispettare.

Cambiamento climatico

Piantagioni di olio di Palma

Fresh Palm Oil Fruit From Truck via Shutterstock

La conversione di foreste in piantagioni di palma è una delle principali cause del cambiamento climatico. Le zone affette non sono più in grado di produrre ossigeno sufficiente per equilibrare le emissioni di CO2 umane, tanto che zone coltivate sono chiamate “serbatoi di anidride” proprio per gli elevati tassi di inquinanti rilevati. Nel 1997 i fuochi in Indonesia sono stati responsabili della maggiore emissione mondiale di anidride carbonica in atmosfera, tanto che si calcola che mediamente 0,81-2,57 gigatoni di CO2 vengano emessi dai fuochi, pari al 13-40% di tutte le emissioni dovute ai combustibili fossili.

Costi sociali

L’espansione della produzione di olio di palma genera conflitti sociali e vere e proprie lotte civili: le popolazioni rurali locali sono costrette con la forza ad abbandonare i loro villaggi per far spazio ai campi coltivati. Con l’agricoltura completamente azzerata, l’unica forma di sussistenza delle classi più povere è quella di impiegare la loro manodopera a basso costo nelle piantagioni, spesso con ritmi schiavisti e nessuna forma di tutela.

8 dicembre 2013
Fonte:
WWF
Lascia un commento